Farmaco figliol prodigo

Anno dopo anno il bene farmaco perde quote di mercato in farmacia (non sono poi lontani i tempi in cui il suo rapporto con il “mercato commerciale” era di 80% vs 20%), ma, non di meno, la sua rilevanza continua a essere preponderante, anche a proporzioni invertite, e sempre lo sarà in termini d’immagine. Lo testimonia l’articolo “Il valore Farmaco” che “Farmamese” ha ospitato nel numero di settembre, a riprova di un peso -sia economico, sia professionale- che i medicinali continuano a detenere in farmacia.
Un ulteriore spunto per fornire un significativo, seppur sintetico, quadro d’insieme sul bene farmaco ci viene ora fornito dagli “Indicatori Farmaceutici”, che ogni anno Farmindustria edita in occasione della sua Assemblea pubblica. Alcune sue tabelle, infatti, consentono di ben rappresentare il peso e il valore che i medicinali garantiscono e, a stimare i rilevanti frutti di una ricerca in rapida evoluzione, sempre più garantiranno.

Abbiamo visto (“Farmamese” settembre 2018) che la produzione farmaceutica italiana ha superato quella della Germania, occupando così il primo posto nella classifica Ue. Certo, da noi il 60% delle imprese sono a capitale straniero (“ma sono e si sentono italiane”, dice il presidente Scaccabarozzi), per il 24% degli Stati Uniti e per il 36% europee e giapponesi. Ma anche quel 40% a capitale italiano dimostra capacità produttiva di alto valore, se si considera che il 70% del loro fatturato viene realizzato all’estero. Una capacità di esportazione che ha permesso di raddoppiare il loro export negli ultimi 10 anni (da 3,1 a 7,3 miliardi nel 2017) e non in un’ottica di delocalizzazione, bensì di rafforzamento delle capacità di R&S. E quando si parla di ricerca non si può dimenticare che siamo i primi in Europa, come pure negli studi clinici, nella produzione “conto terzi” e nei contratti innovativi “value-based” (qui addirittura siamo primi al mondo). Tant’è vero che nel 2017 si sono investiti 1,5 miliardi di euro nella ricerca e altri 1,3 miliardi in impianti produttivi (+20% negli ultimi 5 anni).

L’industria del farmaco in Italia, quindi, gode di buona salute e non certo perché i suoi prodotti abbiano alti prezzi e assicurino margini remunerativi. Anzi, rispetto alla media dei Big europei, i farmaci in Italia costano di meno (vedasi Tabella n. 1), così come inferiore risulta la spesa farmaceutica pubblica pro-capite (Tabella n. 2). Con una media di 290 euro, infatti, siamo ben lontani dal costo medio pro-capite della Germania (527 euro) e della Francia (447) e così il nostro Ssn spende il 27% in meno della media dei Big europei. E questo perché, in generale, il prezzo dei farmaci registra un trend sempre discendente: dal 2001 a oggi è diminuito del 33%, pur a fonte dell’incremento dei costi e di una inflazione al 31%. Ancora più evidente poi è il calo del prezzo dei medicinali rimborsabili, diminuiti del 48% dal 2001 al 2017, a causa di continue manovre di taglio.

Ne è una riprova anche l’andamento della spesa, sia pubblica, sia privata, dei medicinali venduti in farmacia (Tabella n. 3). Rispetto al 2010, la spesa totale farmacia è diminuita, come pure quella dei farmaci di classe A, dei Sop e Otc e, di conseguenza, la spesa pro-capite. Questo anche a causa della distribuzione diretta, che registra continui incrementi a fronte di un calo di quella convenzionata, che ormai ha raggiunto il 42% del totale (Tabella n. 4). La spesa farmaceutica convenzionata netta, infatti, si ferma oggi a 8,2 miliardi di euro, con un calo dell’1,8% rispetto al solo anno precedente. Ecco un pericoloso trend negativo per la farmacia, che segna un -29,4% rispetto a 10 anni prima, cioè al 2007, a fronte di una crescita delle altre voci di spesa sanitaria del 24,3%, escluso il personale.


Al calo della spesa farmaceutica ha poi contribuito non poco anche la scadenza di molti brevetti, e così i farmaci generici e con marchio ormai rappresentano in Italia l’83,3% della spesa e il 96,2% dei consumi in confezioni, il 21,1% delle quali è costituito da medicinali equivalenti, che raggiungono una quota di mercato a valori pari al 12,3% (Tabella n. 5). Negli ultimi 5 anni, infatti, cioè dal 2012 al 2017, a fronte di un mercato in calo dello 0,5% medio annuo, la spesa per i medicinali equivalenti è aumentata del 7%, mentre quella dei farmaci a marchio (sia coperti da brevetto, sia a brevetto scaduto) è diminuita dell’1,4% annuo.


Queste le varie cause che determinano il continuo trend al ribasso del farmaco in farmacia, che peraltro segna una profonda dicotomia: da una parte cresce il suo valore, tanto in termini scientifici quanto per valori economici, dall’altra cala il suo peso in farmacia, che del farmaco è e rimane la casa storica. E le conseguenze non vanno pesate sul piano economico, ma soprattutto su quello del ruolo professionale, perché la fuoriuscita dal territorio del farmaco innovativo, ormai appannaggio della distribuzione diretta, comporta una profonda ferita culturale. Tanto più incomprensibile se rapportata alla necessità, ormai da tutti evidenziata, di una ineludibile deospedalizzazione dell’assistenza sanitaria. Speriamo che il prossimo approdo all’onorario professionale riesca a porre argine al dilagare della “diretta” e a riportare così in farmacia i prodotti ora fagocitati.

(di Matteo Verlato, Farma mese 10-2018, © riproduzione riservata)

2018-12-18T16:03:54+00:00