E la chiamano “Autonomia differenziata”

Per la verità, non si parla molto, in questo inizio d’anno, del processo di devolution, come se la cosa non ci riguardasse più di tanto. In fin dei conti, dare più autonomia alle esigenze locali rimane un’idea positiva, ma in sanità il pericolo non è di poco conto. Stiamo parlando dell’“Autonomia differenziata”, prevista dall’articolo 116 della Costituzione, che è stata richiesta da molte Regioni (e tutte mettono nel paniere la sanità), e che ha già ottenuto semaforo verde per la Lombardia, il Veneto e l’Emilia-Romagna. Il 15 febbraio, infatti, queste Regioni firmeranno l’intesa con il Governo, quindi verrà approntato un disegno di legge che il Parlamento dovrà approvare a maggioranza assoluta. “Sull’autonomia c’è pieno consenso”, ha dichiarato il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, “perché è tra i punti del contratto di Governo”. Eppure si tratta di scelte che dovrebbero destare non poche preoccupazioni, visti i danni che le autonomie hanno finora causato nelle strutture e nei servizi sanitari, compreso quello farmaceutico.

Già ora l’assistenza è a macchia di leopardo, spesso erogata in modo difforme da zona a zona, addirittura da Asl a Asl (pensiamo alla Dpc o ai ticket) e, se verranno accolte queste proposte di autonomia differenziata, l’arlecchinata si amplierà, con l’inevitabile conseguenza di offrire ai cittadini servizi diversificati. Saranno compromesse molte delle direttive centrali, verrà meno il coordinamento, cambieranno i Prontuari, i farmaci disponibili e il modo per ottenerli, in ogni Regione la farmacia sarà sottoposta a normative diverse, rimarrà soltanto il controllo sui conti, ma non più sulla qualità dei servizi offerti. Inoltre, aumentare la disparità significa compromettere non soltanto l’unitarietà del Ssn, ma anche la sua sostenibilità.

Il rischio è di ritrovarsi con una sanità rivoluzionata. Nelle pre-intese già sottoscritte nel marzo scorso con il governo Gentiloni, infatti, le Regioni rivendicavano a sé la governance delle Asl, della gestione del personale, del ticket, della spesa farmaceutica. E in tutti e tre i pre-accordi, tanto per fare un esempio, le Regioni chiedevano di adottare “l’equivalenza terapeutica tra medicinali con principi attivi differenti”. E l’Emilia-Romagna, in particolare, pretenderebbe per i suoi pazienti cronici di “definire qualitativamente e quantitativamente le forme di distribuzione diretta anche tramite le farmacie di comunità”. Come pure di poter assicurare la distribuzione diretta da parte della Asl dei medicinali necessari al “trattamento dei pazienti in assistenza residenziale, semiresidenziale e domiciliare”, oltre ovviamente a fornire i farmaci “alla dismissione dal ricovero ospedaliero o alla visita specialistica ambulatoriale”.

Che le richieste non siano di scarso rilievo lo ha subito evidenziato il ministro Giulia Grillo, sottolineando il rischio di servizi sanitari differenziati. “La sanità degli egoismi non fa bene a nessuno”, ha dichiarato, richiedendo che l’autonomia proceda di pari passo con un patto di concreta solidarietà tra i territori. Certo, il problema non riguarda soltanto la salute dei cittadini, ma anche quella delle farmacie. Non vorremmo ritrovarci con farmacie di serie A, B, C… Z.

(Farma Mese 1/2 – 2019 © riproduzione riservata)

2019-03-14T11:59:11+00:00