Cronicità loves Farmacia

“Siamo partiti nel 2012” dice la professoressa Paola Brusa, dell’Università di Torino “con l’obiettivo d’individuare un metodo che favorisse la sinergia tra le professioni sanitarie e che individuasse il ruolo della farmacia di comunità nella prevenzione e nell’aderenza terapeutica. Primo passo è stato formare i farmacisti partecipanti al progetto, con l’aiuto di docenti universitari delle scuole di medicina, per fornire loro informazioni opportune, verificarne la comprensione e condividere lo scopo dell’intervento”.

Parte così da lontano l’attività coordinata dai docenti Paola Brusa (nella foto) e Giuseppe Costa e attuata dall’Università di Torino, dagli Ordini del Piemonte e da Federfarma Piemonte.

Tale modello, sotto l’egida della Regione, ha ottenuto i finanziamenti del Ccm, il Centro nazionale per la prevenzione e il controllo delle malattie, per essere trasferito in Umbria e Puglia e per essere adattato in Piemonte ad altre patologie. Tanti successivi passi che dimostrano l’interesse anche delle istituzioni nei riguardi di una sperimentazione ideata per valutare il ruolo della farmacia di comunità nella gestione di patologie croniche, quali il diabete e poi la Bpco. Seguendo questa direzione, il Piano nazionale della cronicità emanato dal ministero della Salute, in cui si prevede un ruolo specifico anche per il farmacista, potrebbe trovare concreta applicazione.

Ma partiamo dall’inizio, cioè dal momento della formazione dei farmacisti aderenti, i cui risultati sono stati sempre positivi; per esempio, nella formazione del progetto piemontese sul diabete si è verificato un aumento del 33% di risposte corrette al test sulla gestione della patologia tra prima e dopo le 8 ore di formazione.

La sperimentazione sul diabete ha poi previsto l’arruolamento, da parte delle farmacie volontarie aderenti (geo-localizzate in modo da tenere in considerazione anche le variabili geografiche) di soggetti sia per il percorso prevenzione (a rischio di diabete, con più di 45 anni, sovrappeso o familiarità), sia per quello dell’aderenza (pazienti con diabete conclamato di tipo 2).

Il modello del Piemonte è stato quindi trasferito, grazie al finanziamento del ministero della Salute attraverso il Ccm, che ha stanziato 355mila euro. Sono state coinvolte così 5 unità operative (2 in Piemonte, 1 in Umbria, 2 in Puglia – BAT e Brindisi) e i risultati di questa sperimentazione sono stati presentati in un incontro con le istituzioni e gli stakeholder, durante il convegno “La farmacia di comunità: un contributo inedito per la cronicità sul territorio”, tenutosi a Torino a metà febbraio.

Ecco alcuni dati sul percorso di screening del diabete in Umbria e in Puglia: su 1.179 arruolati (oltre 45 anni, in sovrappeso e con familiarità), dopo il questionario Findrisc (riconosciuto a livello scientifico come predittivo del rischio di ammalarsi di diabete entro 10 anni), 879 sono risultati a rischio di contrarre la patologia, rischio peraltro che è risultato crescere con l’età e la bassa scolarità. 752 (63,8%) hanno accettato di effettuare il test della glicemia e di questi 268 (22,7%) sono stati poi inviati al medico di medicina generale, in quanto presentavano una glicemia a digiuno superiore a 110 mg/dl. Al follow-up dopo tre mesi sono tornati in 81 e 9 hanno riportato di aver ricevuto una diagnosi di diabete. La stessa procedura in Piemonte, con la differenza che la rilevazione degli esiti è stata fatta attraverso i sistemi informativi, ha prodotto i seguenti dati: sui 7.024 soggetti arruolati, di cui 6.028 non presentavano un diabete accertato, sono stati individuati 93 nuovi casi.
Interessante anche valutare i dati relativi al controllo dell’aderenza terapeutica, in questo caso effettuato su diabetici di tipo 2. In Umbria e Puglia, su 930 arruolati, 250 sono tornati al follow-up dopo 3 mesi e 56 fuori tempo, con una percentuale quindi del 32,9%. In Piemonte, invece, l’analisi attraverso i sistemi informativi ha permesso di verificare che nei 4.492 pazienti inclusi vi è stato un incremento di effettuazione dei controlli previsti dalle linee guida di gestione del diabete, una diminuzione dei ricoveri e degli accessi in PS per patologie cardiovascolari e un impatto dell’intervento maggiore per le persone meno istruite con un aumento dell’equità. “Ci abbiamo messo sei anni per concludere il progetto diabete in Piemonte” dice la professoressa Brusa “E questo dimostra l’entità della sperimentazione”.
È stato poi riscontrato che il modello del diabete era adattabile alla Bpco e così è partita una seconda sperimentazione in Piemonte, anche qui declinata sia per la prevenzione sia per l’aderenza. 94 farmacie hanno coinvolto 848 soggetti, 405 per l’indagine sulla prevenzione e 443 per l’aderenza. La fase successiva ha previsto poi la valutazione dei dati da parte degli epidemiologi. Ebbene, per quanto riguarda il percorso di screening, su 401 soggetti che hanno risposto al questionario sul riconoscimento dei casi a elevato rischio (più di 40 anni e senza patologia pneumologica nota) 241 (59,5%) sono stati invitati a eseguire una automisurazione spirometrica e 103 sono stati inviati al medico curante con richiesta di tornare dopo 3 mesi. Lo hanno fatto in 42 (10,4%) e, tra questi, 5 hanno riportato di aver ricevuto una diagnosi di Bpco.

Per quanto riguarda, invece, il percorso aderenza, sono stati arruolati 443 pazienti (più di 40 anni, con ricetta per Bpco esenzione 024), per lo più anziani e con bassa scolarità. Ebbene, metà è ritornata al primo follow-up dopo 3 mesi (210), un terzo al secondo e un quarto al terzo. L’aderenza alla terapia registrata dai questionari è risultata molto più alta rispetto all’aderenza riportata dalle indagini dell’Osmed, portando così alla luce il fatto che potrebbe essere stato utilizzato uno strumento per valutare l’aderenza terapeutica non del tutto adeguato o potrebbe esserci un bias di selezione: i soggetti che frequentano la farmacia e accettano di rispondere a un’intervista potrebbero essere quelli più aderenti e attenti alla salute. “Se consideriamo i suggerimenti del Pgeu, il Raggruppamento dei farmacisti europei, sui servizi che la farmacia dovrà fornire nel 2030” termina Paola Brusa “possiamo concludere che quelle indicazioni sono già state in parte da noi attuate”.
Ma vediamo, infine, quali sono i punti di forza e di debolezza emersi dalla sperimentazione e presentati durante l’incontro tenutosi a Torino sulla “Farmacia di comunità”. Tra i punti di forza va annoverata la forte sinergia sviluppatasi tra i coordinatori (Università, Ordine, Federfarma), l’ottima gestione del software, il riconoscimento economico per l’attività del farmacista, il fatto che le farmacie e i farmacisti si siano sottoposti a una valutazione da parte di terzi e la possibilità d’intercettare eventuali inappropriatezze di autocura con interventi attivi e mirati. Tra i punti di debolezza, invece, vanno sottolineate soprattutto la scarsa conoscenza da parte del decisore pubblico della potenzialità del modello “Farmacia di comunità” e la difficoltà di coinvolgere il medico di medicina generale.

Ma quale, invece, il giudizio espresso dai farmacisti aderenti? Giudizi positivi per la semplicità e standardizzazione del metodo, la grande utilità della formazione ricevuta, la valorizzazione del ruolo professionale, la fidelizzazione dei clienti e il rafforzamento del rapporto farmacista-paziente. Tra gli aspetti negativi, invece, sono stati indicati il molto tempo richiesto, la difficile collaborazione con i medici, la difficoltà di far tornare i pazienti per il follow-up, la remunerazione non adeguata rispetto al tempo impiegato, la difficoltà del reclutamento e i dubbi sulla completa attendibilità delle risposte fornite dai pazienti.

(di Lorenzo Verlato, Farma Mese n. 3/2019 © riproduzione riservata)

2019-03-18T15:03:27+00:00