Una lezione imparata male

Il libro sui 160 anni dell’Associazione Lombarda di Milano (in foto) ci offre l’occasione per delineare, con il suo coautore Angelo Beccarelli, l’importante cammino sia sindacale, sia professionale, compiuto dai nostri predecessori. Episodi dai quali il presidente dell’Accademia trae anche alcune considerazioni.

È un anniversario veramente speciale quello che festeggiano i farmacisti milanesi, cioè i 160 anni dalla fondazione della loro “Associazione Chimica Farmaceutica Lombarda fra Titolari di Farmacia”. Non soltanto perché è, tra le associazioni dei farmacisti, sicuramente tra le più “datate”, ma anche perché la sua storia è particolarmente significativa, così come lo sono i personaggi che l’hanno animata. Tant’è vero che l’anniversario è stato celebrato non soltanto con una grande festa tenutasi al Conservatorio di Milano (interventi di Katia Ricciarelli, Renato Mannheimer ed Enrico Bertolino), ma anche con un libro, che ne ripercorre i principali avvenimenti e le molte battaglie sindacali affrontate, realizzato da due esperti, il professor Michele A. Riva, ricercatore in Storia della Medicina all’Università di Milano-Bicocca, e il presidente dell’Accademia italiana di Storia della farmacia, Angelo Beccarelli.
A quest’ultimo, che è un appassionato cultore della tradizione professionale (il museo che ha realizzato sopra la sua farmacia merita di essere visitato) abbiamo rivolto alcune domande, per conoscere non soltanto il cammino compiuto dalla Lombarda, ma anche per capire il senso che la storia della farmacia preserva oggi, in questo turbinio di mutamenti e di innovazioni tecnologiche.

Quali sensazioni ha provato nel ripercorrere il cammino compiuto dalla Lombarda?
È stato veramente interessante scoprire gli avvenimenti storici che hanno portato alla nascita dell’Associazione Lombarda, incontrare colleghi che hanno vissuto la nostra esperienza di vita, gli stessi problemi, preoccupazioni, disagi e soddisfazioni. Pensavo fosse particolarmente ostico trattare argomenti a carattere prevalentemente giuridico-amministrativo, notoriamente noiosi, ma tra le pieghe della legge e del rispetto delle regole ho trovato, inaspettatamente, sfumature intense di positività e negatività di una professione. La Lombarda è nata dall’esperienza dei farmacisti milanesi abituati, fin dal 1300 con le loro Corporazioni, ad autogovernarsi e autoregolamentarsi, imponendo una disciplina ferrea alla categoria, per presentarsi come interlocutori credibili sia verso il potere costituito, sia verso la popolazione. Il passato non è stato tutto rose e fiori, ma lo spirito che mi ha trasmesso, mediato e ripulito dal tempo, è estremamente positivo. Un particolare curioso è stato constatare che i soci della Lombarda non avessero, alla sua costituzione, nemmeno una sede dove ritrovarsi per discutere i loro problemi e neppure un indirizzo per il recapito della posta! Il cammino è stato quasi eroico, costituito da eventi contrastanti e conflittuali, ma sempre nell’ottica di un miglioramento collettivo, mai personale.

In particolare, quali avvenimenti, sia storici sia sindacali, l’hanno maggiormente colpita?
In generale, dal punto di vista sindacale mi ha colpito una gestione della vita professionale fatta di passione e di grinta, educata ma determinata, capace di estrarre con naturalezza felina gli artigli, quando è stata attaccata nei propri valori inalienabili. I protagonisti, di alta statura morale, non sempre i presidenti, hanno avuto un’autorevole rappresentatività, riconosciuta dalla base e dagli avversari di pensiero… e questo mi piacerebbe succedesse anche oggi (speriamo che questa parte di storia si ripeta). Un fatto particolarmente significativo è stato vedere finalmente riconosciuta l’importanza e la necessità di un percorso formativo a carattere universitario e non solo prevalentemente pratico. Fino ad allora l’avvicinamento alla professione prevedeva un lungo periodo di tirocinio: mi spaventa e mi stimola ricordare, non senza un pizzico di nostalgia agrodolce, che un praticante prima di diventare speziale dovesse sottoporsi a ben sette anni di tirocinio. Come se non bastasse, durante questo periodo, era sottoposto a un giudizio annuale comportamentale, attestato per iscritto dal sindaco e dal parroco, che testimoniavano l’assenza di sospetti di sregolatezza, eccessi alcolici, infedeltà, falsità, gioco d’azzardo. Il tutto per non essere condizionato nell’esercizio delle proprie funzioni. Elementi che oggi fanno sorridere, ma comunque tali da rivelarsi altamente selezionanti per un’arte così delicata.

Si tratta di avvenimenti a carattere locale, o anche di ruoli significativi svolti a livello nazionale?
Gli effervescenti farmacisti milanesi, negli anni che precedono la fondazione della Lombarda, parteciparono attivamente alla vita sociale e inevitabilmente alle battaglie risorgimentali. Fabbricarono un esplosivo artigianale, il “cotone fulminante” e i proiettili fondendo vecchie finestre per estrarne il piombo. Parteciparono come cospiratori occulti, in locali riparati nelle loro farmacie, o combatterono fisicamente sulle barricate dell’ospedale Maggiore Cà Granda. I nostri farmacisti furono tra i primi ad associarsi, dopo la caduta dei divieti di adunata imposti dagli austriaci e i primi a intravedere e organizzare un’associazione provinciale: l’Associazione Farmaceutica Lombarda. Poi, con forte determinazione, coagularono le nascenti associazioni sparse per l’Italia, che avevano la Lombarda come punto di riferimento e concretizzarono il progetto di una Associazione nazionale, per dare più peso alle loro rivendicazioni. Ben tre, infatti, sono i presidenti eletti a livello nazionale usciti dalle fila della Lombarda.

Ci sono anche personaggi che hanno difeso la professione in modo particolare?
Ritengo che i personaggi più significativi nella storia della Lombarda e non solo, siano stati Pietro Viscardi, ideatore e direttore del “Bollettino Farmaceutico”, voce ufficiale della Lombarda, per la focosa determinazione che traspare dai suoi editoriali che scuotevano le coscienze dei farmacisti, fino ad allora isolati, disorientati, quasi impauriti. L’altro è Carlo Giongo, farmacista molto preparato e intelligente, sornione, ma incisivo e soprattutto convincente, un’arte che manca da tempo ai nostri rappresentanti di categoria. Giongo divenne presidente della Lombarda, poi presidente nazionale e anche incaricato dal Governo per le questioni farmaceutiche. Riuscì a programmare e a realizzare il suo progetto al più alto livello, convincendo il primo ministro Giolitti, socialista come Crispi, ad abolire la nefasta legge sulla liberalizzazione delle farmacie, che tanti danni aveva prodotto in vent’anni. Come tutti dovrebbero sapere, la Legge Crispi (1888) portò all’abbandono del servizio farmaceutico dai piccoli centri e dalle periferie, aumentando la concentrazione degli esercizi nei centri storici. Venne di fatto a crearsi una concorrenza esasperata, incompatibile con una corretta gestione economico-professionale e tale da far scadere il servizio a livelli infimi. Giongo non si presentò al presidente del Consiglio italiano con proposte vestite da richiesta sindacale a difesa degli interessi dei farmacisti, ma con argomentazioni tese a spiegare e ricordare che la sopravvivenza della farmacia, entità indispensabile per difesa della salute pubblica, era un dovere e una necessità dell’amministrazione, non una concessione! Spettava, quindi, allo Stato difendere e proteggere un presidio di così forte utilità. Questo è anche il mio pensiero!

Si dice che “Chi non conosce la storia è condannato a riviverne gli errori”. Quale insegnamento si deve trarre dal cammino compiuto dai predecessori milanesi?
Si parla di corsi e ricorsi storici ed è quello che stiamo rivivendo. Dalle esperienze negative documentate, ascrivibili alla legge di Crispi sulle liberalizzazioni del 1888, non si è imparato nulla. Anche allora il vento delle nuove idee liberiste aveva annebbiato la vista ai politici, che considerarono il farmaco come un banale bene di consumo. Poi la storia ha ristabilito l’ordine dei valori. Oggi le parole magiche “globalizzazione” e “liberalizzazione” stanno scardinando qualsiasi attività in nome di una presunta libertà, impedendo la valorizzazione del singolo, della sua professionalità, capacità e in nome di un ipotetico ammodernamento economico-culturale. Di peggio, e qui davvero ho nostalgia della storia e di coloro che lottavano per i propri princìpi, vedo gli attuali responsabili della nostra categoria accettare passivamente persino l’ingresso del capitale, non utile, né richiesto, mettendo ancora più in difficoltà i nostri farmacisti, smarriti, vilipesi, abbandonati rassegnati e delusi, senza un segno di reazione, come invece ben hanno fatto i nostri predecessori nel rivendicare l’esistenza di un’arte. Non ci è stata offerta nemmeno la possibilità di lottare per le nostre idee, nessuna grande battaglia…, neppure un miserabile duello. Non passeremo sicuramente alla storia per aver difeso ardentemente la farmacia come insostituibile presidio sanitario.

Oggi la farmacia deve affrontare una ineludibile innovazione. Non pensa che questo renda obsolete le tradizioni storiche che la caratterizzano?
Amo la tecnologia e l’innovazione, ove siano sinonimi di miglioramento. Se però per innovazione intendiamo che la farmacia, come realmente sta succedendo, abbandoni per sfinimento la dispensazione del farmaco, per dedicarsi quasi esclusivamente alla nuova stella polare dei “servizi”, questa non è innovazione ineludibile, ma suicidio collettivo. Le amministrazioni pubbliche non vedono la farmacia come un interlocutore attendibile e professionale, come punto di riferimento per la salute pubblica, ma come manovalanza a basso costo che svolge servizi con la sola logica del loro risparmio. Se le obsolete tradizioni storiche sono, il rigore morale, la professionalità, la capacità di ascolto, la preparazione tecnico-scientifica, come la storia avrebbe dovuto insegnarci, l’ineludibile innovazione ha ancora bisogno di loro, perché loro sono le fondamenta solide del nostro futuro.

E che cosa fa la sua Accademia per tenere sempre viva questa ricca tradizione professionale?
L’Accademia Italiana di Storia della farmacia lavora in punta di piedi per non disturbare, ma lavora moltissimo per la farmacia e i farmacisti. Istituzionalmente salvaguarda il patrimonio architettonico storico artistico anche con la pubblicazione di un calendario delle antiche farmacie italiane che, oltre al loro censimento, lasci traccia della loro storia e sensibilizzi i farmacisti proprietari alla loro valorizzazione. Pubblica non solo una rivista trimestrale ad alto contenuto storico-scientifico, che raccoglie i contributi degli studiosi della materia, ma anche testi autorevoli sulla storia della farmacia, della farmacognosia, della chimica, arte ecc. Organizza congressi nazionali (a Matera giugno 2019) e internazionali (a Milano settembre 2021) e corsi Ecm. All’estero la storia della farmacia è inserita nel piano di studi farmaceutici, cosa che non accade in Italia, e l’Accademia sopperisce a questa mancanza intervenendo nelle università, dove viene richiesta la sua competenza, con lezioni mirate, o come succede nell’Università di Ferrara, con un corso strutturato. Sarebbe auspicabile che la preparazione tecnologica delle nostre facoltà fosse integrata ed equilibrata da elementi umanistici. Mi riferisco soprattutto all’aspetto deontologico e storico-culturale, che ben completerebbero la formazione di un buon farmacista.
L’Accademia, inoltre, promuove concorsi per studenti e giovani laureati su tesi storico-farmaceutiche. Dallo studio della storia della farmacia mondiale si evince che il modello di farmacia che più si avvicina all’eccellenza è quella di tipo mediterraneo, dove massimamente esiste l’equilibrio tra economia e professione.
Ma incredibilmente oggi il modello preso a esempio è quello anglosassone, dove la parte commerciale ha abbondantemente preso il sopravvento sulla parte farmacologico-professionale, segno inequivocabile di degrado annunciato.

(Farma Mese 5-2019 © riproduzione riservata)

2019-06-12T10:03:03+00:00