Protesi acustiche, mercato in sviluppo

Aumenta la popolazione anziana e progressivamente cresce la domanda di strumenti contro la sordità. Ma l’ipoacusia colpisce anche i giovani o chi svolge attività assordanti, causando isolamento, solitudine e depressione. È importante la diagnosi precoce e allora anche la farmacia può offrire consigli sanitari, sostegno e presidi adeguati.

“Check your hearing”, cioè controlla il tuo udito, è il messaggio che l’organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha lanciato per il 2019 in occasione della giornata mondiale per l’udito, mostrando una certa preoccupazione per il futuro di questa patologia a livello mondiale. L’Oms stima, infatti, che già nel 2018 ben 460 milioni di persone abbiano avuto problemi di perdita dell’udito e ritiene che, se non vi saranno interventi efficaci di prevenzione, nel 2030 il problema riguarderà 630 milioni, destinati ad arrivare, nel 2050, addirittura a 900 milioni. Ciò significa, in termini economici incremento dei costi del sistema salute, in termini sanitari aumento dei servizi di otorinolaringoiatria e, in termini umani, disagi per le persone che ne subiscono le conseguenze. Se il nucleo principale riguarda soprattutto uomini e donne oltre i 65 anni, non dobbiamo dimenticare i bambini, quanti lavorano in luoghi assordanti o con strumenti rumorosi, i giovani che ascoltano musica ad alto volume. «Il mio appello va soprattutto ai più giovani» ha detto l’attore e regista Antonello Fassari in occasione della IV Giornata dell’udito «che, in nome dello sballo a tutti i costi, ascoltano la musica in cuffia ad altissimo volume».

I numeri in Italia
Un problema dalle dimensioni planetarie, quindi, che colpisce pesantemente anche l’Italia, dove si stima che vi siano 7 milioni di persone con problemi all’udito, quindi l’11,7% della popolazione. Il gruppo più numeroso è quello degli anziani (oltre i 65 anni una persona su tre ne soffre), nei quali è importante una diagnosi tempestiva del problema, perché identificarlo il prima possibile consente d’intervenire in tempi brevi e in modo efficace, evitando così pericolose conseguenze.

La perdita anche parziale dell’udito, infatti, determina:
• una diminuita capacità di comunicazione, base per una convivenza attiva tra le persone
• il rischio di isolamento, solitudine, frustrazione, disagio per una vita non vissuta
• il pericolo di sintomi depressivi (27% rispetto al 12% del resto della popolazione)
• la possibilità di cadute (il 14% è caduto nei trenta giorni precedenti l’intervista, contro una media dell’8%).

La capacità di comunicazione, (fare qualche chiacchiera con qualcuno) diminuisce con l’avanzare dell’età proprio a causa dei problemi all’udito, da un 10% dei 65-74 anni, a un terzo degli oltre 85 anni. E non poter conversare, scambiarsi opinioni, chiacchierare, porta a progressivo isolamento.

Si calcola che, nei prossimi 50 anni, la popolazione italiana degli ultrasessantacinquenni aumenterà di oltre 4,3 milioni di persone (+32%), passando così dai 13,6 milioni del 2018 ai 18 milioni del 2065, di cui 2,3 milioni uomini e 2 milioni donne. Il massimo si raggiungerà verso gli anni 2050, con 6 milioni di over sessantacinquenni in più rispetto al 2018 (+45%), per poi calare nei successivi vent’anni. Sono previsioni del nostro Istituto di statistica, che ci aiutano a comprendere meglio quale futuro ci aspetta.

 

Di fronte a un potenziale così elevato, l’allarme lanciato durante la Giornata mondiale dell’udito è stato preciso e univoco: “richiamare l’attenzione sull’importanza di una diagnosi precoce in caso di perdita dell’udito, per poter intervenire in tempi brevi”. Dagli ultimi dati disponibili di “Passi d’Argento”, il sistema di sorveglianza sulla popolazione con più di 64 anni elaborato dall’Istituto superiore di Sanità, si rileva che il 20% di questo universo afferma di “non sentire bene” e di avere, quindi, un deficit dell’udito. Eppure solamente il 5% usa apparecchi acustici, mentre un altro 14% non fa ricorso ad alcun ausilio. Non si riscontrano grosse differenze tra maschi e femmine, mentre c’è maggior deficit uditivo nel sud Italia (24%) rispetto al nord (16%). Anche le persone meno abbienti risultano soffrirne di più.

Chi utilizza apparecchi acustici
Nella ricerca “EuroTrack Italia 2018”, realizzata per conto dell’Associazione nazionale importatori e fabbricanti di audioprotesi e presentata recentemente al congresso della Federazione italiana audioprotesisti, si sottolinea un primo risultato positivo: il numero delle persone che decidono di portare protesi acustiche in questi ultimi anni è in continuo aumento e la percentuale di coloro che negli ultimi cinque anni si sono recati almeno una volta da uno specialista dell’udito ha ora raggiunto il 38% (Grafico 2).
Il percorso di chi è affetto da vari problemi di sordità incomincia, nell’80% dei casi, consultando il proprio medico di medicina generale oppure un otorinolaringoiatra e, successivamente, il 58% procede, dopo il consiglio medico, nella ricerca di un rimedio. Il 27% dei medici generici e il 40% degli specialisti consiglia al paziente di rivolgersi a un audioprotesista. Quest’ultimo è la figura professionale che, nel 61% dei casi, assiste il paziente all’acquisto, con un netto distacco dall’otorinolaringoiatra (37%), dal medico di famiglia (11%) e dal farmacista (3%). Peraltro, diverse farmacie mettono a diposizione dei loro clienti con problemi di udito un professionista e un ambiente riservato in giornate programmate, in modo da consentirgli di ottenere risposte concrete. A livello europeo, in base ai dati Ehima, l’Associazione europea dei fabbricanti, si calcola che il mercato delle protesi acustiche si attesti intorno ai 420 milioni di euro circa, con un incremento del 74% dal 2010 (240 milioni di euro) al 2017 (418 milioni). Per quanto riguarda l’Italia, secondo i dati dell’Associazione Dispositivi medici di Confindustria, nel 2018 sono stati applicati circa 450.000 apparecchi acustici, con una crescita costante dal 2016 del 5% in quantità. Questi apparecchi vengono, per il 40% circa rimborsati in parte o del tutto dal Servizio sanitario nazionale, mentre si calcola che per un altro 17% siano intervenute assicurazioni private. La possibilità di ottenere una compartecipazione ai costi merita di essere maggiormente diffusa, perché risulta spesso determinante, soprattutto nelle famiglie meno abbienti. Infatti, oltre la metà degli ipoacusici che non hanno acquistato una protesi ha dichiarato di non sapere che esistono forme integrative di supporto e meno di un quarto risulta adeguatamente informato. l risultato della compartecipazione è che l’80% di coloro che hanno ricevuto un rimborso si dichiarano soddisfatti della prestazione e del denaro speso, mentre negli altri la soddisfazione cala al 66%, ma, comunque sia, rimane su valori interessanti.

 

Infine, un ultimo aspetto: come vivono l’apparecchio acustico i protesizzati? Molto meglio di chi ha problemi di udito non curati. Il 54% di coloro che portano la protesi “non si è mai sentito rifiutato o deriso per il fatto di indossare i dispositivi”, al contrario del 77% di chi ha problemi di udito non curati.

Tecnologia in evoluzione
Attualmente vi sono sul mercato molti apparecchi acustici, di vari produttori, segno dell’importanza che ha raggiunto questo mercato. La continua ricerca consente di produrre strumenti sempre più efficaci nel risolvere i diversi problemi dell’udito, ma anche capaci di garantire dimensioni, comfort, design e prestazioni ottimali. Tutti valori da tener ben presenti, ma elemento importante da non sottovalutare è soprattutto l’assistenza tecnica post vendita, che grande valore ha per il paziente.
In conclusione, l’active ageing ha nella cura dell’udito un bisogno importante da soddisfare, che da una parte impegna il sociale, dall’altra l’industria. Le aziende produttrici devono sentirsi stimolate a produrre strumenti sempre più idonei a risolvere i problemi legati alla complessità dell’udito. C’è un bisogno proprio sentito -e non è un gioco di parole- di promuovere, cioè, la cura dell’ipoacusia, di dare a una popolazione sempre più anziana (e che raggiungerà tra qualche anno circa un terzo dei cittadini italiani) la possibilità di avere una vita attiva, per poter “continuare anche in futuro a partecipare alla vita economica, culturale e civica della comunità”, senza essere un serio problema per sé, per i conviventi, gli amici e l’intera società.

(di Barnaba Grigis, Farma mese 5-2019, © riproduzione riservata)

2019-05-21T11:22:04+00:00