Repetita non iuvant, ovvero che fine faranno Ssn e farmacia?

Un “rapporto” non lo si nega a nessuno, se parafrasiamo la nota affermazione riferita ai “tavoli” o alle “commissioni” istituiti unicamente per discutere, senza deliberare o decidere. Qui ci riferiamo, invece, ai rapporti e studi che consentono di fare il punto sullo stato di salute del Servizio sanitario, dal rapporto “Gimbe” al “Rmb-Censis”, che propongono ogni anno autorevoli e approfonditi studi, evidenziando, però, le medesime problematiche. Non si vuole certo criticare l’assenza di novità o di originalità del contributo scientifico (uno studio statistico fotografa quello che la realtà rappresenta), quanto piuttosto sottolineare il triste perdurare di problematiche che non solo non trovano soluzioni nel corso degli anni, ma al contrario tendono ad accentuarsi. Segno che non si tiene conto delle proposte avanzate per la loro soluzione.

In estrema sintesi, gli ultimi studi evidenziano la tendenza a ridurre le prestazioni del Servizio sanitario pubblico, principalmente per fenomeni ormai cronicizzati, quali il definanziamento pubblico, la sostenibilità ed esigibilità dei Lea, gli sprechi e inefficienze, l’espansione del secondo pilastro come ente pagatore. Soprattutto mettono in evidenzia come questo processo duri da oltre un decennio (ben lo sanno i farmacisti, a causa della riduzione del finanziamento della spesa della farmaceutica territoriale), senza che alcun Governo abbia trovato la ricetta giusta per invertirne la rotta. In altre parole, viene rilevato come ci si trovi oggi in assenza di un disegno politico di lungo termine per potenziare, o quantomeno preservare, il livello e il numero delle prestazioni erogate dal Ssn.
Le cose stanno proprio così? Ovvero, la classe politica non riesce a trovare le soluzioni per invertire questo andamento decrescente, e non ne comprende le dinamiche, o si tratta, piuttosto, di un processo voluto proprio in questi termini?

Qualche altro dato ci suggerisce un ulteriore elemento di giudizio: secondo l’ultimo Rapporto dell’Ocse, l’Italia spende in Sanità, tra pubblico e privato, l’8,81% del Pil, in linea con la media degli altri Paesi. La percentuale della spesa sanitaria coperta dallo Stato o dalle assicurazioni sanitarie è circa il 75% del totale, mentre la restante percentuale è rappresentata da spesa privata out of pocket; anche questo dato è in linea con la media Ocse. Pertanto, non sembrerebbe esserci un’emergenza derivante dal disimpegno dello Stato nel settore della sanità, ma ciò che preoccupa gli analisti e gli operatori è constatare come la sostenibilità della sanità pubblica debba affrontare oggettive difficoltà: il finanziamento non riesce più a garantire prestazioni ritenute essenziali e non può essere aumentato per i limiti imposti dalla finanza pubblica.

Breve storia del Ssn
Secondo una corrente di pensiero socio-economica, la nascita dei grandi Servizi sanitari si ebbe in Europa a seguito della prima rivoluzione industriale, quando (dapprima in Inghilterra) una grande massa di mano d’opera operaia si trasferì dalle campagne nelle città, per lavorare nelle nuove fabbriche. Si era creata, quindi, una grande offerta di lavoro, poiché l’espansione industriale richiedeva mano d’opera in grande quantità, e vi era la necessità di migliorare -o quantomeno preservare- le condizioni igienico-sanitarie minime di lavoratori disabituati e fragili di fronte alle nuove condizioni di vita (case insalubri, cibo scadente, aria inquinata e via dicendo). Pertanto, non per lungimiranza politica, ma per convenienza del Capitale, vennero istituiti i caposaldi del Ssn. Nei decenni successivi tale impalcatura fu ulteriormente finanziata e ampliata, in quanto il miglioramento della salute collettiva determinava un consenso positivo e un grado di riconoscenza verso le classi dirigenti che la politica non poteva ignorare.
In questi ultimi anni, al contrario, si è evidenziato il fenomeno opposto; ovvero, vi è un esubero di offerta di forza lavoro (con l’aumento, infatti, dei fenomeni della disoccupazione e del precariato) e di conseguenza la motivazione utilitaristica del Ssn viene meno. Nello stesso tempo assistiamo a un aumento della spesa sanitaria sia pubblica, sia privata, per i noti fenomeni dell’innovazione nei farmaci e nelle tecnologie medico-diagnostiche e per la cronicizzazione di patologie e l’aumento della vita media. La maggiore domanda di salute viene così mediata da nuovi soggetti pagatori (per esempio Assicurazioni, fondi pensione e via di seguito), che non devono perseguire il dogma del servizio equo e universalistico, ma gli interessi dei loro assicurati.
Quindi, le principali cause dell’arretramento delle prestazioni del Servizio sanitario pubblico sembrano non provenire soltanto dalla presunta inefficienza o miopia della classe politica, ma anche dalla scelta di voler rivedere le modalità e l’entità del finanziamento alla Sanità pubblica, oltre che dal modello stesso di servizio erogato. Si sceglie, infatti, di passare da una gestione diretta (la Sanità pubblica) a una funzione di controllo e indirizzo, affidando ad altri soggetti -convenzionati o meno- la gestione delle prestazioni e il relativo rimborso oppure corrispettivo da parte del cittadino.

Il futuro, tra luci e ombre
Ma potrà il nuovo modello garantire un livello di assistenza con le caratteristiche universalistiche e sussidiarie tipiche del modello attuale? Certo è che il nuovo modello, a più pilastri, si realizzerà anche perché le nuove tecnologie e i nuovi farmaci garantiranno grandi progressi nella qualità delle cure. Tuttavia, se non verranno attuate politiche di contrattazione dei costi e di vigilanza sull’appropriatezza delle prestazioni, si produrranno grandi rischi per la sostenibilità del sistema nel suo complesso.
E allora, come si porrà la farmacia in questo nuovo scenario? È opportuno che i farmacisti facciano una scelta fondamentale: devono ritagliarsi un ruolo professionale definito, che diventi parte necessaria nel meccanismo del nuovo sistema. La farmacia dovrà diventare un ganglio fondamentale tra il paziente e gli altri operatori sanitari, che non sia sostituibile con altre strutture per costi e competenze. Va, quindi, superato il dibattito, con la conseguente preoccupazione, che vede il disimpegno del pilastro pubblico nella sanità; infatti le forze che spingono verso altri modelli sono soverchianti e gli Stati non potranno avere la forza economica per contrastarle. Gli operatori, e i farmacisti in particolare, dovranno favorire la richiesta di remunerazione dai servizi cognitivi di natura professionale, che non potranno essere surrogati da altri soggetti o strutture, più che dalla cessione di beni (come i farmaci), la cui distribuzione potrà essere migliorata con nuovi strumenti e tecnologie, tali da far considerare il professionista solo come un costo.

Bisogna, pertanto, investire risorse per assicurarci che il vantaggio competitivo che possediamo, con la capillarità e le conoscenze scientifiche, si trasformi in valore economico e professionale percepibile e concreto. Ciò sarà possibile attuando, per esempio, nuovi modelli organizzativi e gestionali, per sviluppare procedure atte a garantire la standardizzazione dei processi e la misurabilità delle attività svolte in termini di efficacia, attraverso l’adozione di protocolli standardizzati validati da certificazioni di qualità.

(di Claudio Distefano, Farma Mese 7-2019, © riproduzione riservata)

2019-09-12T16:40:32+02:00