“Imparare dalle altrui esperienze”, l’intervista a Marco Nocentini Mungai, nuovo delegato Federfarma al Pgeu

Non è nuovo a esperienze europee Marco Nocentini Mungai, nuovo delegato Federfarma ai rapporti con il Pgeu, il Raggruppamento dei farmacisti Ue con sede a Bruxelles, visto che ha già partecipato a “Europharma Forum”, organizzazione dell’Oms con sede a Copenhagen, ed è stato anche presidente dell’”European Pharmacist Forum” (Epf). D’altra parte, va riconosciuto all’attuale presidente di Federfarma Firenze e Federfarma Toscana il ruolo di “capitano di lungo corso”, per avere ricoperto molti incarichi istituzionali, tra l’altro come tesoriere e come vicepresidente di Federfarma nazionale. Un curriculum di prestigio, quindi, che giustifica ampiamente il suo invio a Bruxelles come “ministro degli Esteri” dei titolari di farmacia, là dove nascono le direttive sul farmaco, dove si disegna la farmacia del futuro e dove si promuove la cooperazione interprofessionale.

Comprensibile allora il nostro desiderio di capire quale ruolo ricopra la farmacia italiana nel contesto comunitario, soprattutto che cosa bolle in pentola per la categoria a Bruxelles e come qui intendano muoversi per difendere e valorizzare i 400.000 farmacisti di comunità che operano nei 32 Paesi europei del Pgeu. Ecco l’intervista che l’amico Marco Nocentini Mungai ci ha concesso.

La professione del farmacista è una, riconoscibile in tutta Europa. Ma è lo stesso per l’organizzazione del servizio farmaceutico? Esiste (o esisterà) un vero modello di servizio farmaceutico europeo?
Per quanto riguarda l’aspetto professionale, quello che si nota negli incontri europei è la tendenza, da parte di tutti i Paesi, a sviluppare questo aspetto professionale con tutta una serie di iniziative tese ad aumentare il livello di competenze dei farmacisti e ad ampliare i servizi professionali in farmacia. Questo è un fenomeno, direi, comune a tutti i Paesi Pgeu. Per quanto riguarda, invece, il modello di servizio farmaceutico, quindi la sua organizzazione all’interno delle diverse nazioni, bisogna dire che qui siamo di fronte alle prerogative tipicamente autonome di ogni singolo legislatore e, quindi, i modelli sono molto molto differenti da Paese a Paese. Ognuno ha proprie tradizioni, diverse culture e normative e, pertanto, siamo di fronte a ben differenti regolamentazioni. Faccio qualche esempio: nei Paesi dell’ex blocco sovietico sono passati da un modello statalizzato a un modello molto liberalizzato, così come nei Paesi anglosassoni, Scozia e Regno Unito, anche se con motivazioni ben diverse. Difficilmente io vedo, a breve, una possibile armonizzazione dei servizi farmaceutici a livello europeo, perché ancora troppe sono le differenze, anche se registriamo qualche passo avanti. Per esempio, nei Paesi del nord Europa verifichiamo modelli abbastanza autonomi, mentre più simili tra loro, anche se con alcune specifiche differenze, sono le farmacie cosiddette “latine”, cioè quelle del blocco “Italia, Francia, Spagna e Portogallo”. Certo, è auspicabile poter arrivare a un processo organizzativo e a regole comuni tra le varie farmacie europee, però obiettivamente non vedo a breve la possibilità di centrare l’obiettivo. È un processo lungo, per il quale però dobbiamo impegnarci, auspicando quantomeno di definire possibili comuni denominatori tra i vari Paesi.

La farmacia italiana ha una lunga storia e un’esperienza solida, di cui può a buon diritto vantarsi. Che cosa può insegnare e che cosa d’altra parte può imparare dagli altri Paesi d’Europa?
Io credo che ci sia da imparare da tutti i Paesi, perché ognuno ha sue prerogative positive e, seppure qualcuna sia anche negativa, non di meno c’è sempre qualcosa di buono da imparare dalle altrui esperienze. Le sperimentazioni a livello professionale sono molto utili, perché suggeriscono situazioni che possono essere replicate nel proprio Paese, esperienze che possono arricchirci. L’Italia porta avanti progetti importanti di Pharmaceutical care: la nostra è un’eccellente farmacia, questo va detto, che ha delle prerogative di gran livello, però c’è sempre la possibilità di imparare da tutti. Tra l’altro, è molto importante capire i fenomeni che avvengono a livello europeo perché ti permettono di cogliere dove tira il vento e così poter anticipare quello che poi avverrà anche nel proprio Paese. Faccio un esempio. Nel caso della spesa farmaceutica degli anni passati, quando la sua contrazione ha provocato una caduta dei margini, una maggior attenzione a quanto stava avvenendo all’estero avrebbe potuto esserci d’aiuto, permettendoci di prepararci. L’avvento degli equivalenti, con il conseguente calo del prezzo medio sia dei prodotti, sia conseguentemente della ricetta, era già stato anticipato in altri Paesi, dove l’esperienza del generico era già stata vissuta. Guardando bene che cosa avveniva in Europa, potevamo prevedere con un po’ di anticipo quanto poi sarebbe successo. Avremmo potuto avere così un quadro più completo delle tendenze e, sulla base di come avevano reagito i colleghi stranieri, prepararci ad affrontare il problema.

Rispetto agli altri Paesi europei, come si colloca ora la farmacia italiana?
Circa quindici anni fa l’Italia, in una classifica di regolamentazione del servizio farmaceutico (Pianta organica, esclusive, orari e così via) è risultata tra i Paesi con i maggiori livelli di protezione. Oggi purtroppo si colloca in una via di mezzo, avendo subito tutta una serie di processi, che sono serviti a eliminare molte barriere che tutelavano la professione. Pensiamo alla fine dell’esclusiva sui farmaci, al lento sgretolamento del trinomio “Farmaco, farmacia, farmacista”, alla riduzione della Pianta organica, alla legge sul capitale, e così via. Quindi, l’Italia oggi non è più tra le farmacie più “regolamentate” d’Europa, ma si pone a livello medio tra le più liberalizzate e le più regolamentate.

Ormai, come in altri campi, anche nel nostro esistono problemi rilevanti, che non sono soltanto nazionali, ma internazionali e richiedono risposte a livello europeo. Per esempio, quello delle carenze di farmaci. Come vede la questione dal punto di vista del Pgeu?
Senza anticipazioni, che oggi non posso fare (di questo argomento si è parlato in una riunione di qualche giorno fa), posso già precisare, senza entrare nei dettagli, che il Pgeu prenderà iniziative molto incisive su questa questione, che peraltro risulta molto sentita anche dalla controparte politica a livello europeo. Quindi, il Pgeu anche in forma autonoma prenderà iniziative importanti, dalla parte sia dei pazienti, sia delle farmacie, che sono l’interfaccia con i pazienti. E questo sarà uno dei primi punti, forse il primo punto, all’ordine del giorno del mio intervento al Pgeu.

Catene di farmacie, ingresso dei capitali: un’altra tematica che non si ferma ai confini nazionali. In Italia c’è molta attenzione per le possibili conseguenze dei cambiamenti in atto. A che punto è il dibattito nella categoria a livello europeo? Timori e aspettative italiani sono condivisi?
La situazione italiana viene ovviamente osservata soprattutto dai Paesi più vicini, non solo geograficamente, ma anche per il livello storico e culturale della farmacia italiana (vedi, per esempio, da parte di Francia e Spagna, che ancora hanno un modello di proprietà riservato e che, comunque sia, hanno un livello di pianta organica vicino al modello italiano). L’Italia non è certo il primo Paese in Europa che ha aperto la proprietà ai soggetti terzi non farmacisti, così come avviene nei Paesi ex comunisti e in quelli anglosassoni. Possibilità che, invece, al momento non c’è dappertutto. Quindi, la nostra situazione viene seguita con attenzione anche dagli altri Paesi, qualcuno con più timore, mentre chi c’è già passato ne conosce bene gli effetti.

Farmacia dei servizi, Pharmaceutical care: da noi se ne parla tanto e non da ieri, in un’ottica di sempre maggiore coinvolgimento della farmacia nel sistema sanitario. Ma com’è la situazione italiana se confrontata con altri Paesi europei? Siamo avanti o siamo (molto) indietro?
Ci sono nazioni dove alcune sperimentazioni sono molto frequenti, paradossalmente anche in Paesi più piccoli, come il Portogallo, l’Irlanda o per certi versi la Scozia. Potrei fare tanti esempi, come il progetto per i pazienti asmatici in farmacia, o in alcune aree del Portogallo dove in farmacia si vaccinano i clienti, aumentando così il tasso di diffusione, o ancora in Belgio, dove un paziente su 20 ha la farmacia di riferimento. Insomma, ci sono tanti progetti singoli, manca però una loro armonizzazione a livello europeo, proprio come avviene in Italia.
Perché anche da noi, se andiamo a vedere a livello di singole Regioni, cito per esempio in Veneto, ci sono interessanti progetti di Pharmaceutical care.
Quindi, al macrocosmo europeo corrisponde un microcosmo italiano, con alcune Regioni più avanti e altre più indietro, e questo vale anche per le nazioni Ue, dove alcuni progetti sono già consolidati, altri in dirittura d’arrivo, altri arrancano.
Siamo, quindi, in una buona posizione di classifica, con tante potenzialità di poterla presto scalare, anche perché i nostri farmacisti sono preparatissimi, non sono secondi a nessuno in Europa. Le nostre farmacie hanno sistemi d’informazione e di informatizzazione di altissimo livello, ma le difficoltà vengono dall’interlocutore pubblico, anche perché spesso non tratti con uno solo, ma a macchia di leopardo.

Dialogo e collaborazione dei farmacisti con gli altri attori della sanità, a cominciare dai medici da un lato e dall’industria dall’altro: ecco una condizione necessaria, ma complicata da interessi che non coincidono. Come si pone questa questione a livello europeo?
Credo che questo sia un mal comune. Pensiamo, per esempio, alla divisione delle competenze con i medici: nei Paesi anglosassoni ci sono più spazi riservati alle farmacie, pur essendo aree dove maggiore è stata la liberalizzazione, e qui i farmacisti hanno più possibilità d’azione anche in campo medico. Il problema della linea di demarcazione delle competenze tra farmacia e altre professioni sanitarie è assolutamente identico sia in Italia, sia nelle altre parti d’Europa. Bisogna, allora, vedere dove si pone questa demarcazione, dove la resistenza è maggiore e dove minore. E operare per poterla superare. Questo è il nostro compito.

(di Lorenzo Verlato, Farma Mese 8/2019 © riproduzione riservata)

2019-10-23T16:22:45+00:00