Com’è difficile collaborare

A parole è tutto un proclamare che bisogna fare squadra -medici, farmacisti e infermieri- perché pronto soccorso e ospedali vanno decongestionati (solamente le emergenze andranno curate qui), mentre la sanità dovrà essere gestita direttamente sul territorio. E non sono soltanto i farmacisti a dirlo, ma a gran voce anche i politici e i vertici della medicina, alla luce anche della progressiva carenza di medici che sempre più preoccupa, anche perché i nuovi arrivi non bastano a tamponare le numerose fughe. Incominciano a sentirsi anche le conseguenze dei prepensionamenti per “Quota 100”, che stanno depauperando gli ospedali di professionalità in numero superiore al preventivato, e così si allungano le liste d’attesa. L’aumento, poi, dei bisogni sanitari legati all’invecchiamento della popolazione e al conseguente incremento delle cronicità non favorisce certo più favorevoli previsioni.

Ecco, allora, l’opportunità di sviluppare le sinergie tra i professionisti sanitari, in modo da attuare concretamente l’auspicata sanità territoriale. E in tal senso andava anche la “Farmacia dei servizi”, presente sulla carta fin dal 2009, che, però, non è mai veramente decollata anche per quella norma che imponeva di non aumentare l’onere per il Ssn. Ma com’è possibile proporre un nuovo servizio, che come tale non ha ancora ben definiti i suoi costi, rimanendo dentro una cifra peraltro spesso non determinata? A questa contraddizione se ne aggiunge ora un’altra. Per proporre nuovi servizi i farmacisti hanno sempre acquistato di tasca propria le necessarie attrezzature, mentre ora ai medici di famiglia vengono riservati ben 235 milioni di euro per le apparecchiature sanitarie. Non vorremmo, quindi, che l’auspicata sinergia proceda a senso unico, perché, pur con le diverse necessarie competenze, essere sinergici vuol dire stare sulla stessa barca e remare all’unisono, mentre la sensazione è che a qualcuno piaccia fare il “capo voga”, cioè quello che dà il ritmo ai rematori.

Più di un segnale testimonia come la collaborazione sia ardua, perché è ancora ben salda nella base la difesa dei propri orticelli. Un esempio si è avuto nel 2017 con la proposta di Andrea Mandelli, allora senatore, di somministrare i vaccini antinfluenzali nelle farmacie: la levata di scudi della Fnomceo l’ha fatta subito bocciare dalla Commissione Bilancio, indipendentemente dalla necessità di estendere la copertura vaccinale. E non importa che, secondo il Rapporto Fip, ci siano 20 Paesi che la prevedano in farmacia e 13 in cui è lo stesso farmacista a praticarla (e non solo a fare da semplice distributore). Tra questi, per stare in Europa, anche Portogallo, Francia, Danimarca, Irlanda, Svizzera, Gran Bretagna e Germania.

Non mancano, poi, esempi illuminanti su quanto possono fare le farmacie nella prevenzione e cura dei disturbi comuni, come per esempio nel Galles, dove 701 farmacie hanno fornito 43.158 consultazioni su 26 malattie comuni, oppure come offre in Inghilterra il servizio di consulenza Cpcs, che prevede l’invio in farmacia dei pazienti con codice bianco o con richieste meno urgenti, che sta già registrando alti tassi di soddisfazione da parte dei pazienti. Riusciranno questi esempi stranieri a varcare le Alpi? Riusciranno i nostri professionisti della salute a fare reale sinergia, superando piccole invidie e antiquati pregiudizi?

(di Lorenzo Verlato, Farma Mese 9-2019 © riproduzione riservata)

2019-11-08T15:22:12+01:00