Portiamo il medico in farmacia

Scusate la sincerità, ma mi sa tanto di ipocrisia sentir parlare di team formati da medico-farmacista-infermiere, in modo da deospedalizzare la sanità e garantire il servizio sanitario territoriale. Certo, sulla carta sembra una grande idea, e lo è anche nelle dichiarazioni congressuali dei vertici delle rispettive organizzazioni, ma in pratica si rivela proposta non realizzabile. O meglio, se provano a realizzarla, allora nascono le “Case della salute”, che sono altra cosa e non certo servizio sanitario capillare.

Stiamo con i piedi per terra e rendiamoci conto che la “Farmacia dei servizi” senza l’apporto del medico non si può fare e, soprattutto, che il medico non molla nulla di quello che ritiene di sua competenza. Ci insegna niente la lotta decennale contro la misurazione della pressione in farmacia? Oppure che un laureato con 5 anni di università non può pungere il dito di un paziente, perché trattasi di “atto cruento”? Esempi recenti sono la somministrazione dei vaccini in farmacia, permessa in molti Paesi europei, mentre in Italia serviamo soltanto come “deposito”, e ancor più recente la proposta che garantisce 235 milioni ai medici per creare l’“Ambulatorio dei servizi”. Ma la diagnostica di prima istanza non spettava alla “Farmacia dei servizi”? Ora, chi fa che cosa?

Un’idea ce l’ha un vecchio lupo, che non ha perso il pelo: Alberto Ambreck. Con chi è più forte conviene allearsi, ma le partnership non si fanno con i proclami, bensì offrendo concreti vantaggi. Allora non basta dichiarare che la terapia è esclusiva competenza del medico e che non si vuole entrare nel suo orticello, dobbiamo anche fargli intravedere i vantaggi di una possibile partnership. I tempi, peraltro, sono maturi per favorirla. Innanzitutto, consideriamo la crisi di fiducia che da anni colpisce il medico di medicina generale (ahimè, ricette & burocrazia!), ma ancor più riflettiamo sulla strisciante contrazione di neolaureati: i pochi che restano sono oberati. Aumentano poi per l’ambulatorio i costi di affitto, di gestione, di personale e poter avere chi glieli offre su un piatto d’argento diventa offerta non rifiutabile. Ma il medico non può stare in farmacia, per il noto problema del comparaggio.

Ma questo reato ha ancora senso, si chiede l’Alberto? Molte aziende, grazie a internet e ai social, ormai saltano sia il medico sia il farmacista (basta guardare il trend della pubblicità nelle loro riviste) e vanno direttamente dal consumatore. E allora, ci vuole molto a eliminare questa norma, ormai superata? In tanti Paesi medico e farmacista lavorano insieme e senza problemi per la salute pubblica, anzi. Senza tanto sbraitare, se i vertici delle due categorie concordassero di far cancellare l’anacronistico impedimento del medico in farmacia, allora sì che avremo una partnership con reciproco vantaggio: il farmacista offre ospitalità e servizi (segreteria ecc.), il medico fa la terapia e la cura, il farmacista la distribuzione del farmaco, e insieme collaborano all’aderenza terapeutica. Ognuno, dentro o fuori della farmacia, con specifiche e distinte competenze, senza pestarsi i piedi, senza invidie né interferenze, perché tutti stanno sulla stessa barca. E così i cittadini avrebbero 19.000 possibili centri sanitari anche di Pronto soccorso, aperti tutti i giorni e con turni obbligatori sia notturni, sia festivi. È proprio assurda questa proposta?

(di Lorenzo Verlato, Farma Mese 10-2019 © riproduzione riservata)

2019-12-18T11:31:03+00:00