Medici & farmacisti

Ha suscitato interesse l’editoriale del direttore, pubblicato sul numero di dicembre 2019 di “Farma Mese” relativo all’indispensabile partnership medico-farmacista per la deospedalizzazione, lo sviluppo della sanità territoriale e il decollo della farmacia dei servizi, soprattutto nella parte in cui si propone di portare il medico di medicina generale in farmacia. Molte le perplessità evidenziate, non soltanto legate al conflitto di interessi e al reato di comparaggio, ma anche all’opportunità di un simile accoppiamento, da alcuni ritenuto alquanto incestuoso.

Non nascondiamoci dietro al dito e, quindi, non neghiamo la difficoltà di modificare un comportamento che il tempo ha consolidato. È dal 27 luglio del 1934, infatti, con il famoso e in parte ancora valido Regio decreto che approvava il Testo unico delle Leggi sanitarie, che il reato di comparaggio è entrato nelle corde sia del medico, sia del farmacista. Volendo, potremmo addirittura risalire al XIII secolo e a Federico II, per declinare la necessità di separare le due attività professionali, proprio per evitare rischi di intrallazzi e malevoli accordi. Ma le leggi si fanno e si disfano, perché rappresentano l’evoluzione sociale e morale della società, e ora non tanto i costumi (ahinoi!), quanto l’opportunità di compiere certi reati in questi ultimi anni è modificata ed è venuta meno.

Può ancora il medico in farmacia promuovere delittuosi comportamenti e fare prescrizioni truffaldine per favorire vendite inopportune e guadagni illeciti?

Le ricette elettroniche impediscono gli illeciti
Ora viaggiano online le ricette elettroniche e con l’eliminazione del promemoria si supera la necessità di controllare la correttezza della prescrizione: ormai la parte pubblica ne conosce i contenuti prima ancora del farmacista dispensatore e può facilmente verificare la presenza o meno di eventuali comportamenti illeciti. Inoltre, l’ampia diffusione del farmaco equivalente (lo sono ormai più del 70% delle confezioni spedite in farmacia), come pure del biotech, elimina il pericolo del comparaggio, di certo nella parte che attiene al rapporto medico/farmacista.

Che senso ha, allora, temere che il medico in farmacia possa fare ricette delittuose?
Ha molto più senso, invece, pensare che la sua presenza favorisca un migliore servizio alla cittadinanza, perché si rende prossima sia l’assistenza, sia la cura, e inoltre si creano 19.000 presidi sanitari territoriali (Pronto soccorso), capillarmente distribuiti sul territorio, alleggerendo così le lunghe liste d’attesa, che rappresentano ora il primo ostacolo dell’assistenza ospedaliera.

E che questo si possa fare senza particolari problematiche lo testimoniano le esperienze straniere, dove medici e farmacisti operano da tempo fianco a fianco, con piena soddisfazione sia per il malato, sia per l’assistenza sanitaria.

D’altra parte lo stesso ministro della Salute, Roberto Speranza, nell’attribuire 235 milioni ai medici e pediatri territoriali, ha nel contempo finanziato l’ampliamento della sperimentazione della farmacia dei servizi a tutte le Regioni, con ulteriori 50,6 milioni di euro proprio per «decongestionare i Pronto soccorso ospedalieri». Questa è la riprova di una nuova “visione politica”, che accomuna medico e farmacista per una migliore e più diffusa assistenza territoriale, consapevole che solamente attraverso questa partnership ci si può veramente prender cura del paziente cronico e, inoltre, controllare e favorire l’aderenza terapeutica. Dovrebbero, quindi, venir meno certe opposizioni legate a ormai superati conflitti d’interesse.

Più reale e concreta è l’osservazione di chi lamenta spazi troppo ridotti nella propria farmacia, tali da non poter ospitare non soltanto un ambulatorio, ma anche lo stesso medico. Vediamo anche qui di non nasconderci dietro a un dito: sono molte le farmacie che già ora -dietro, di lato, sopra o sotto- ospitano un ambulatorio medico, perché la legge dice che non devono avere la stessa entrata, non di essere più o meno vicini. Ma non è un semplice accesso che fa la differenza, e allora vediamo di evitare avvilenti ipocrisie. E poi, qui non si tratta soltanto di contiguità fisica, quanto piuttosto di partnership operativa. Cioè di lavorare in sintonia, ognuno per le sue specifiche competenze, mettendo al centro i bisogni del paziente.

I vantaggi della partnership
Pensiamo a quanto potrebbe essere utile questa collaborazione, due figure sinergiche e complementari, perché la diagnosi è del medico, e solamente a lui spetta, ma la correttezza della prescrizione e la consegna del farmaco sono del farmacista. E così, lavorare in sinergia rafforzerebbe l’immagine di entrambi, oltre a semplificare la vita al paziente. Inoltre, il colloquio professionale tra i due sarebbe facilitato dal fatto di avere una cultura similare, perché da una parte il farmacista ha fatto esami di anatomia e fisiologia e, dall’altra, anche il medico sa di farmacologia, ma per entrambi le conoscenze non sono tali da consentire possibili sostituzioni o sovrapposizioni. Quindi, ognuno ha compiti e ruoli ben diversi e specifici.

Altra obiezione che ci è stata presentata riguarda la gerarchia dei professionisti coinvolti, evidenziando così anacronistici “giochi di ruolo”, a dimostrazione di come porre al centro il paziente sia spesso più una dichiarazione ipocrita che una realtà concreta. Ma parlare di ruoli è abbastanza assurdo in un’epoca in cui gli smalti si sono abbruniti, nei riguardi poi di attività dove l’immagine si è appannata e che, proprio rinnovandosi, potrebbe risollevarsi e tornare a risplendere. Questo vale soprattutto per il Mmg, perché le indagini sul consenso del farmacista pur sempre lo premiano, ma non si sa ancora per quanto. Mentre la presenza anche del medico rafforzerebbe la funzione sanitaria della farmacia, oltre ad ampliarne i servizi, facendola diventare vero e completo “Centro professionale sanitario per la salute del cittadino”.

I medici dovrebbero, inoltre, tener presente che il loro numero anche sul territorio si sta man mano assottigliando e c’è, allora, da chiedersi come potranno far fronte a nuovi compiti -come la diagnostica di prima istanza- quando si troveranno in difficoltà già nell’assolvere il loro usuale lavoro. Molti preferiranno delegare al farmacista, così come peraltro sta avvenendo in Inghilterra, dove gli interventi sulle patologie minori vengono indirizzati in farmacia.

C’è, infine, ancora un ulteriore aspetto da non sottovalutare, più specificatamente economico. II fatto, cioè, che le spese tra affitto, apparecchiature, infermiere e così via si sono sempre più aggravate, rendendo assai onerosa la gestione di un ambulatorio. Tant’è vero che stanno crescendo -soprattutto nelle grandi città dove gli affitti sono proibitivi- gli studi associati, proprio per una suddivisione delle spese. E questo vale anche per altre professioni, come per esempio gli avvocati, o anche, a ben pensare, per le stesse aziende, che continuano a concentrarsi per favorire economie di scala. Poter offrire spazio o un servizio di segreteria operativa ai medici di medicina generale potrebbe così rivelarsi vantaggioso per molti di loro. Pensiamo, per esempio, all’utilità di avere un punto d’appoggio in farmacia nelle aree rurali, dove Comuni e contrade sono spesso assai dispersi.

Abolire il reato di comparaggio
Un’ultima perplessità riguarda, infine, l’aspetto normativo, sia per quanto attiene alla necessità di abrogare un reato entrato nelle consuetudini, sia perché la sanità ormai è competenza delle Regioni e non basta, allora, una norma nazionale. Per quanto riguarda il primo punto, cioè il comparaggio, andrebbe, però, spiegato perché non è reato per il veterinario prescrivere e vendere direttamente farmaci di prescrizione per conto proprio e lo è, invece, per il medico, che almeno lo farebbe per conto terzi. Per quanto riguarda, invece, le differenze normative regionali, bisognerà certo vedere come agiranno le 20 Repubbliche sanitarie che governano la sanità italiana, ma se vorranno veramente deospedalizzare, se punteranno a sviluppare non tanto la Farmacia dei servizi, quanto la sanità territoriale, dovranno per forza favorire questa evoluzione, che facilita la vita del paziente. Peraltro, non ci sono forse Regioni che promuovono le “Case della Salute”, e la nostra ipotesi non è un proporre 19.000 Case della Salute?

Che l’idea sia buona o no lo dirà soltanto il consenso dei cittadini, anche se ci conforta l’esempio di altri Paesi (la maggioranza), dove la collaborazione medico-farmacista si è consolidata e viene apprezzata da tutti. Poi le Regioni si adegueranno, anche perché è proprio il consenso quello che conta, ed è noto che la sanità vale molto per il consenso durante le elezioni. E l’Italia -si sa- è sempre in periodo elettorale.

(di Lorenzo Verlato, Farma Mese 1/2-2020 © riproduzione riservata)

2020-02-14T15:11:56+00:00