Il mondo è cambiato, cambia la farmacia

Chiusi in casa, a distanza da tutti per paura del Coronavirus, ci siamo sentiti legati a un mondo che ci ha estraniato grazie ai device, che ci hanno coinvolto in un dibattito tanto interessante quanto a volte fastidioso. Da tutto questo chiacchiericcio prendiamo due riflessioni, che riteniamo meritino di essere divulgate

Si vive strano in epoca di Coronavirus. Chiusi in casa, a distanza seppur vicini, incollati a quei device finora mal sopportati, ma ormai unico legame con quel mondo che ci ha estraniato. E -senza volerlo- ci troviamo coinvolti in un bailamme di opinioni, di sms piacevoli come pure fastidiose, spesso in un chiacchiericcio che dà spazio a chiunque voglia dire qualcosa, spesso d’impulso e senza ponderazione.

Siamo partiti delle mascherine (“perché i medici sì e i farmacisti no”); poi si è infittito il dibattito sulla presunta “diminutio capitis” (“nessuno ci considera, siamo trasparenti”), con accuse ai politici e ai vertici della categoria per il presunto ruolo perduto; poi siamo scesi al vittimismo (“siamo senza protezioni”) con rivendicazioni giuste, ma mal presentate (dal sapore “pro domo mea”, quando dovevano essere a tutela del cittadino, per evitargli contagi).

Quindi dibattiti sul servizio a battenti chiusi e poi ancora rivendicazioni varie (dalle solite mascherine al non far la coda al supermercato, dalla necessità di maggiori finanziamenti ai plausi a chi ci cita -tipo Mattarella sì, Papa Francesco no- con l’evidente bisogno di ricevere una pacca sulle spalle). Bene ha colto il sentiment della categoria Nicola Posa, con il suo “#iofacciolamiaparte”, ottenendo gli apprezzamenti di famosi personaggi.

Di tutto e di più, insomma, con interventi di pregio (pochi) e di rabbia (molti), come peraltro è naturale quando si dà spazio alla voglia di dire, ma soprattutto di apparire.

La prima sensazione è che, a intervenire, siano stati soprattutto quelli che avevano il tempo di farlo, mentre la grande maggioranza dei farmacisti abbia operato in silenzio, a testa bassa.

La seconda sensazione è che ci si sia soffermati troppo sul contingente, sul problema del momento, senza proporre una visione per il futuro. Perché il Coronavirus ha impresso -obbligando tutti a star fermi- una grande accelerazione, e così il futuro non arriverà più domani, ma lo stiamo creando ora. Cambia il modo di rapportarsi alla clientela, cambia il modo di gestire il farmaco e il relativo consiglio, cambia la gestione della ricetta con la dematerializzazione e la digitalizzazione, forse può cambiare anche la distribuzione diretta e la Dpc. Insomma, se cambia il mondo, deve cambiare anche la farmacia.

“Se non ora, quando?” Non dubito che il post Covid-19 offrirà grande spazio a riflessioni più meditate e meno impulsive. Noi ora ci limitiamo a cogliere dal mazzo una mail scritta da una giovane farmacista, Maria Enrica Iapicca, che ha scritto un post sul blog “Sei farmacista titolare se…”. Con tanto di mascherina sorride con gli occhi e vola un po’ più in alto delle usuali lamentele.
E poi riportiamo una riflessione richiesta a chi si è trovato in mezzo al caos dei primi momenti, il dottor Dario Castelli, non soltanto perché attiguo ai colleghi della “zona rossa”, ma anche perché coinvolto con loro in quanto responsabile dell’Associazione “Lombarda” per l’area lodigiana.

Maria Enrica Iapicca, farmacista
“Cari colleghi, in questo periodo da parte vostra sento solo lamentele. Io, invece, sono orgogliosa di svolgere il mio lavoro in questo momento storico, di poter aiutare con un sorriso (perché si può sorridere anche solo con gli occhi) e una parola di conforto a tutti i cittadini che si recano nella mia farmacia, perché ci sono tante persone in questo periodo completamente sole e particolarmente sconfortate. Sono assolutamente contro lo svolgimento a porte chiuse, con protezioni in plexiglass oltre a guanti e mascherina (anche in tessuto), perché credo che a differenza di altre categorie la nostra sia piuttosto protetta. Il lavoro del farmacista si deve fare per passione e chi non lo fa con questo spirito non ha la stoffa per farlo…
Vorrei soltanto che si desse più importanza, da parte delle autorità sanitarie, al ruolo del farmacista e che molti farmaci Dpc e Pht ritornassero in farmacia, non soltanto in questo periodo ma per sempre, perché solo la farmacia con la sua capillarità sul territorio può garantire una corretta distribuzione del farmaco. Spero che questo terribile periodo faccia riflettere su questi punti… Buon lavoro a tutti”.

 

Dario Castelli, responsabile dell’Associazione “Lombarda” per l’area lodigiana
“Il mondo è cambiato tante volte e lo sta ancora facendo, anzi per l’Italia intera ha incominciato a farlo da quel maledetto venerdì 21 febbraio. Anche per la farmacia nulla sarà più come prima. Ricordo ancora la prima notizia vista in rete dal Pc della farmacia in una normalissima mattina di lavoro, e lo sbigottimento per me, che sono lodigiano, nel leggere il nome Codogno. Memori delle ben note vicende cinesi, non potevamo credere che quell’onda lunga di uno tsunami planetario fosse arrivata sulla nostra terra. Ci ha colto di sorpresa, ci siamo sentiti impreparati, ma da uomini di strada come siamo, costantemente in contatto con il pubblico e con la realtà quotidiana, non ci siamo fermati. È sorta naturalmente, fin dai primi momenti, una fitta rete di contatti tra noi farmacisti territoriali, “soldati operosi” distribuiti nei paesi della Bassa Lodigiana, con parole di conforto, informazioni, proposte di organizzazione e progetti. Siamo tutti competitor nello stesso business, ma, dopo anni e anni di incontri e rapporti, abbiamo incarnato concretamente quella che è la rete tra farmacie.

Il primo pensiero è stato: «Come facciamo domani mattina ad aprire le nostre farmacie? Come facciamo a far arrivare i nostri collaboratori? E i nostri vettori?».

La farmacia è un servizio essenziale ed è stato chiaro, fin da subito, che non avrebbe potuto fermarsi. Una piccola, preziosa, rotellina di quel grande ingranaggio che è il Servizio sanitario nazionale che, se si ferma, fa inceppare l’intera macchina.
Primo obiettivo è stato pensare alla nostra sicurezza, prima regola del soccorritore: soccorrere se stesso! Le mascherine prima di finirle le abbiamo destinate un po’ per noi e un po’ per i casi realmente importanti dei nostri clienti. Poi sono uscite le protezioni con il plexiglass (chissà quando e se le toglieremo), i guanti, strisce e barriere per non far avvicinare il clienti al banco, le regole d’ingaggio con i clienti -almeno 150 cm di distanza-, gli ingressi controllati -max due alla volta- i gel disinfettanti messi a disposizione, la sanificazione di banco, tastiere, mouse, pos ogni 30 minuti. Tutte misure per così dire improvvisate, ma sempre ispirate da normative del Ministero, dell’Iss o dell’Oms.


Lo sbigottimento dei nostri clienti ha reso chiaro fin da subito la gravità della situazione, e il tam tam delle notizie con i primi contagi nei diversi paesi della Bassa Lodigiana ha reso ancor più evidente che non si trattava di un fenomeno circoscritto.

L’invasore era arrivato, e ci ha fatto fin da subito capire che avrebbe condotto una ”guerra di quartiere”. E noi, che siamo l’anima del quartiere, non potevamo che avere un ruolo cruciale. Non potevamo far mancare i farmaci soprattutto per le terapie croniche, ma anche per quelle acute, non potevamo non fornire, informazioni, consigli, conforto.

Primo segno evidente dell’importanza della farmacia è stato l’isolamento dei medici: molti medici malati, molti in isolamento preventivo che, quindi, non potevano vedere i pazienti per poter scrivere loro le ricette e così i pazienti venivano in farmacia per chiedere come fare e per cercare conforto. Poi, grazie alla digitalizzazione siamo riusciti a dare continuità terapeutica a tutti, grazie, cioè, alla ricetta dematerializzata e alla stampa dei promemoria in farmacia.

Il diktat, o mantra, o appello accorato che tutti noi ripetevano con forza era “STATE A CASA!”. «Sì, ho capito dottore, io sto anche a casa, ma se mi serve quel tal farmaco, come faccio?». «Non c’è problema, caro cliente. Veniamo noi a casa tua».

E così, avanti con le prime consegne a domicilio, consegne surreali nelle pause pranzo, o di mattina presto, oppure la sera, prima di tornare a casa. Famiglie blindate in quarantena che lasciano sulla scala o appesi ai cancelli soldi e biglietti di ringraziamento commoventi. Anche qui la tecnologia ci è corsa in soccorso: messaggini whatsapp con liste precise dei prodotti richiesti, con l’NRE, il numero della ricetta da stampare, o le mie controrisposte con la cifra esatta da pagare, in modo da realizzare i resti senza contatto diretto con i clienti.

Poi arriva un’altra domanda. «Dottore, anche se mi stampa tutte queste ricette, io devo comunque sia andare dal dottore a prendere la ricetta rossa per i farmaci in distribuzione per conto. Che senso ha tutto questo?». «Hai ragione, caro cliente: non ha assolutamente senso». E allora altri contatti del sindacato “Lombarda” con la Regione, per chiedere -per favore- di dematerializzare anche le ricette della Dpc. E la Regione ci ha accontentato.

Ma poi rimangono le ricette degli stupefacenti, quelle per le terapie del dolore: qui c’è stop assoluto, perché ci sono leggi ministeriali, ci sono implicazioni penali, niente da fare, qui la macchina della burocrazia ci blocca. Ho sempre saputo che in tempo di guerra si emanavano leggi speciali per andare incontro alle necessità della popolazione, ma qui non è il caso, proprio no, perché la burocrazia viene prima di tutto.

E poi c’è un’altra domanda frequente che clienti ci fanno, quella più importante, quella che non ci fa dormire di notte, quella che ci fa battere i pugni sui nostri banconi. «Ma dottore, perché io devo andare in ospedale a ritirare il farmaco? Tutti mi dicono che non mi devo muovere, che devo stare in casa, tutti predicano che non devo intasare i pronti soccorso, ma cosa devo fare? Devo andare in ospedale o nella casa della salute per ritirare i farmaci in distribuzione diretta? Non posso venire da lei, sotto casa, a pochi metri da dove abito?». S’incazza il paziente, e noi con lui.

Allora chiediamo alla Regione di allargare la manica, di concedere anche la Dd oltre alla Dpc (che per me rimarrà, comunque, sempre una “diretta mascherata”), ma qui non c’è niente da fare. Ci sono i soldi di mezzo, c’è la Corte dei Conti, ci sono le gare, i grossisti che non hanno questi farmaci nei magazzini, e allora qua tutto si ferma.

E che cosa dobbiamo fare noi farmacisti per far capire ai cittadini la ragione di queste scempiaggini burocratiche, ma soprattutto farlo capire ai nostri amministratori? Qui, dietro il banco, c’è gente che soffre, ci sono malati cronici gravi ai quali dici di star chiuso in casa e poi li obblighi a fare chilometri per trovare il loro farmaco salvavita. E noi, ogni giorno, dietro ai nostri banchi impossibilitati a garantire le terapie ai nostri clienti e a dover giustificare tanta idiozia. Noi, a sbattere la testa contro i muri di gomma creati da tagli di finanziamenti alla Sanità, da riduzioni di posti letto nei reparti di terapia intensiva, dalla frantumazione di un Servizio pubblico che molti ci invidiano.

Quando tutto questo sarà finito, molto di ciò che abbiamo fatto rimarrà sicuramente: il nostro lavoro è stato arricchito da questa tragedia, ma credo che i collaboratori ci presenteranno il conto. Eroi silenziosi al pari e forse più di noi, sfidano le paure, sfidano i mariti o le mogli, e a casa si isolano per non contagiare i propri figli. Bene, ci presenteranno il conto, ma questo conto noi lo potremo saldare soltanto dopo avere presentato il nostro a Regioni, Ministri e Amministrazioni che ci governano. E il nostro conto sarà semplice, anche perché punta al servizio alla gente, mira a non dover più negare loro una terapia necessaria: «Lasciateci distribuire tutti i farmaci in farmacia».

(di Lorenzo Verlato, Farma Mese 4/2020, ©riproduzione riservata)

2020-04-09T09:47:18+00:00