Ci sarà mai il “farmacista vaccinatore”?

Merita un sicuro plauso il progetto formativo “Farmacista vaccinatore” promosso da Utifar, con il patrocinio anche di Fofi e di Federfarma, finalizzato a formare i farmacisti, grazie al corso realizzato dal Dipartimento di Scienza e Tecnologia del farmaco dell’Università di Torino. L’obiettivo è prepararli alla prossima campagna vaccinale, qualora il Governo ritenesse di coinvolgere anche le farmacie in questa attività di prevenzione. Sono molte ormai le esperienze straniere (Francia, Germania, Inghilterra, Danimarca, Irlanda, Norvegia, Portogallo, Grecia, Usa e altri ancora) che dimostrano come il coinvolgimento delle farmacie favorisca un rilevante incremento delle vaccinazioni, oggi assai importante dato il continuo diffondersi del Covid-19. È alto il rischio, infatti, che i sintomi di raffreddori e influenze vengano tra qualche mese confusi con quelli della persistente pandemia, causando ingiustificati allarmismi e intasamento delle strutture ospedaliere. Lo testimonia il fatto che la comunità scientifica ha chiesto alle Istituzioni di anticipare la campagna vaccinale antinfluenzale e, soprattutto, di favorirne un’ampia diffusione.

Il buon senso fa capire che tutti i sistemi idonei a tal fine dovrebbero esser promossi, ma sappiamo bene che ogni qual volta si è proposta al riguardo una collaborazione da parte delle farmacie (vedasi anche l’emendamento Mandelli), Ordini e sindacati medici hanno alzato le barriere. Non bastano 5 anni di curriculum universitario, quindi, e neppure serve essere gli “esperti del farmaco” (e dunque anche dei vaccini), ma è necessaria -dicono- una specifica preparazione. Ebbene, proprio quello che ora garantisce la formazione organizzata dall’Università di Torino. Il sospetto, però, è che neppure questa sarà ritenuta sufficiente.

In tutti i convegni si proclama la necessità di una collaborazione tra medici e farmacisti e abbiamo recentemente dedicato diversi editoriali e articoli di “Farma Mese” per sostenere che non potrà mai esserci una fattiva assistenza territoriale, con conseguente migliore aderenza terapeutica e presa in carico del paziente cronico, senza questa condivisa partnership tra operatori sanitari. L’esperienza, però, è frustrante, ogni qual volta si passa dalle parole ai fatti. Quando si tocca, infatti, una ancorché minima attività (remunerata) del medico, subito si alza il muro di gomma, se non addirittura si minacciano scioperi ad oltranza. E la reazione è tale da bloccare anche le migliori intenzioni.

Temiamo che neppure il Coronavirus, e le sue emergenze di salute pubblica, sapranno fare il miracolo. E così dubitiamo che le significative e favorevoli esperienze straniere sapranno spingere il ministero della Salute a coinvolgere le farmacie. Questa previsione provoca profonda amarezza, ma è bene essere realisti, se si vuole essere concreti. Unica strada ipotizzabile, forse, è sedersi al tavolo con Ordini e sindacati medici e concordare con loro se e come ampliare la copertura vaccinale, in nome proprio di quella salute pubblica che tutti insieme desideriamo. Chissà, forse qualche spiraglio si potrà aprire, a lor piacendo.

(Editoriale di Lorenzo Verlato, Farma Mese n. 7/2020 ©riproduzione riservata)

2020-09-11T12:45:42+00:00