The day after Covid-19

Ma quando usciremo da questa stramaledetta epidemia? è una domanda che ci facciamo un po’ tutti, in attesa del vaccino che viene più volte annunciato, ma che sappiamo arriverà sempre troppo tardi rispetto ai nostri desideri. C’è un’altra domanda, però, che dobbiamo porci: come sarà la vita dopo il Covid-19? Qui non pensiamo tanto ai rapporti sociali, a come sarà difficile tornare a stringere mani, ad abbracciarci, a baciarci, né a come cambieranno i rapporti lavorativi, cioè quando potremmo togliere mascherine e barriere di plexiglass dai banchi delle farmacie e come aziende e impiegati svilupperanno il telelavoro, modificando di conseguenza la nostra clientela di riferimento.

Qui ci limitiamo a considerare la situazione sanitaria, per vedere quanto il Coronavirus inciderà sul futuro delle vecchie patologie e, quindi, del nostro lavoro, una volta superata la pandemia.

Ecco subito un problema che ci lascia il Covid-19: i mancati controlli medici e la riduzione delle terapie farmacologiche nei pazienti cronici e nei malati più fragili, dovuti sia alla paura di frequentare i luoghi di cura, sia al loro non facile accesso durante la pandemia.
Esami e visite sono state bloccate e rinviate e già una riprova l’abbiamo dal diminuito numero sia delle prescrizioni mediche, sia delle confezioni di farmaci etici spediti dalle farmacie.

Anche i disagi della distribuzione diretta hanno limitato l’accesso alle terapie, situazione poi aggravata dal fatto che, con l’emergenza pandemia, si è naturalmente data priorità ai malati di Covid-19, ma a scapito di pazienti non meno gravi e dalle cure non certo differibili.

Cure compromesse per tanti…
Secondo gli esperti, le terapie farmacologiche si sarebbero bruscamente ridotte nel 40% nei malati cronici, percentuale salita addirittura all’85% nei pazienti di prima diagnosi. Dall’ultimo report dell’Osservatorio dell’Istituto superiore di Sanita risulta, poi, che il 57% dei malati over64 non è entrato in contatto con il proprio medico nell’ultimo mese. Ospedali ingolfati e ambulatori chiusi hanno, quindi, alzato una pericolosa barriera per i pazienti no-Covid, provocando loro il pericolo di una mancata assistenza. Risulta così diminuito il ricorso non soltanto alle terapie croniche, ma anche a quelle legate a eventi cardiovascolari, artrite reumatoide, fratture ossee, diabete e così via: si va di meno in ospedale, nell’ambulatorio dello specialista e del Mmg e, di conseguenza, anche in farmacia (questa sì sempre aperta), con compromissione delle cure.

Il Governo ha cercato d’intervenire, vuoi rendendo accessibili alla distribuzione per conto molti farmaci prima obbligati alla diretta, vuoi consentendo la movimentazione delle ricette con l’Nre, vuoi, ancora, snellendo le procedure burocratiche per l’accesso a molte terapie. Ma non è sufficiente: ora è necessario un maggiore impegno per semplificare l’accesso al farmaco e per renderlo più accessibile soprattutto ai pazienti fragili (e qui il pensiero va subito alle vaccinazioni, assurdamente ancora proibite in farmacia).
La completezza dell’informazione dovrebbe anche imporre di confrontare il resoconto quotidiano dei morti da Covid-19 con quello, sicuramente più impressionante, dei morti per infarto, tumore, Bpco, diabete e così via.

Insomma, l’emergenza Coronavirus non deve più far passare in secondo piano problemi sanitari purtroppo non meno gravi, consolidati e devastanti.

…e meno test per tutti
Ma c’è un altro aspetto che merita di essere considerato, e cioè l’alto numero delle sperimentazioni cliniche sospese oppure addirittura annullate. Il numero, per esempio, delle persone arruolate per i test ha subìto una brusca interruzione, sia per il pericolo di contrarre il Covid-19, sia per le misure restrittive imposte dai vari Governi nazionali.
In un articolo della rivista Nature Reviews Drug si parla proprio di un taglio nell’arruolamento di pazienti per trial oncologici tra l’80 e l’85% in Europa e negli Stati Uniti d’America. Altre fonti informano che le contrazioni più significative si sono registrate in ricerche relative alle malattie endocrine, respiratorie, infettive, dermatologiche e dei sistemi cardiovascolare e nervoso centrale. Inoltre, va considerato che molti dei finanziamenti destinati alla ricerca sono stati dirottati verso studi relativi ai tamponi e al vaccino contro la pandemia.

Insomma, per la ricerca scientifica il Coronavirus ha rappresentato l’equivalente di un vero e proprio tsunami, soprattutto nel periodo marzo-maggio, quando la pandemia è esplosa. Probabilmente, poi, l’onda lunga degli effetti negativi si registrerà anche questo inverno, come conseguenza dell’indesiderata e non meno temibile fase 2 della pandemia.

C’è da dire che buona parte della ricerca clinica e degli investimenti sull’innovazione sono stati, però, reindirizzati sia verso farmaci esistenti e ristudiati ai fini anti-Covid, sia verso lo studio di nuovi prodotti con il medesimo obiettivo e, soprattutto, verso i potenziali vaccini, la cui scoperta è attesa da tutti con ansia, perché permetterebbe di risolvere un problema diventato ormai estremamente angosciante (oltre a dare immenso slancio a chi riuscirà, per primo, a commercializzare un vaccino efficace). Inoltre, la necessità di trovare un rimedio il più in fretta possibile ha permesso alla ricerca scientifica di seguire nuove procedure più agili e più rapide, che potranno essere seguite, poi, anche in futuro. E ancora, l’impellenza di trovare rapide ed efficaci soluzioni spinge i diversi gruppi di ricercatori a lavorare in sinergia, superando così inutili e stantie competizioni che spesso rallentano e danneggiano la ricerca.

Ma non tutto il mal…
Ecco, allora, una nuova sfida per l’industria farmaceutica, che viene dalla necessità d’individuare nuove linee guida e nuove strategie, oltre all’opportunità di dare maggiore spazio ai centri di ricerca start-up, che oggi più che mai sembrano svilupparsi in modo vivace e proattivo. Forse (e ce lo auguriamo) da questa situazione di crisi vedremo nascere una nuova primavera della ricerca scientifica, i cui benefici potrebbero verificarsi ad ampio raggio.

Allora, non tutto il male viene per nuocere, soprattutto se il dramma pandemia garantirà rilevanti e inattesi finanziamenti a una Sanità negli ultimi anni sempre più depauperata di risorse; se offrirà l’occasione per rimeditare sull’impegno del Servizio sanitario nazionale nell’affrontare sia la cronicità, sia la presa in carico del malato; se permetterà di utilizzare al meglio l’innovazione digitale cui il Coronavirus ha dato un’improvvisa accelerata; se l’assistenza territoriale ritroverà la sua reale funzione di prima barriera terapeutica.

Soprattutto se farà capire ai responsabili sanitari che la farmacia, per capillarità e professionalità, rimane il primo presidio sanitario sul territorio e, come tale, da utilizzare e valorizzare.

(di Lorenzo Verlato, Farma Mese n. 9/2020 ©riproduzione riservata)

2020-11-18T14:47:17+00:00