Intervista a Marco Cossolo: “Il vero problema non sono i tetti”

Con i numeri e con la matematica non si scherza. Due più due fa e farà sempre quattro e anche moltiplicazioni, divisioni e percentuali danno e daranno risultati sempre uniformi. Quello che, però, può cambiare è il modo di interpretare i risultati e il valore che si vuol dare loro.
Un esempio attuale ce lo fornisce la Legge di Bilancio 2021, che modifica la percentuale della spesa farmaceutica convenzionata (ridotta da 7,96 a 7%) e della spesa ospedaliera (aumentata da 6,89 a 7,85%). Nessuno contesta i calcoli delle nuove percentuali, ma essi possono essere visti come una regalia all’industria farmaceutica, che vede così ridotto il suo annuale payback, piuttosto che come una “decurtazione” alle farmacie, che si ritengono impoverite perché vedono dirottata altrove una quota del loro tetto di spesa.
Sentiamo che cosa ci dice in proposito il presidente di Federfarma, Marco Cossolo, che con i numeri ha lunga frequentazione, sia per le sue esperienze di manager (ha tra l’altro gestito per anni il network FarmaUniti, l’azienda di distribuzione Unifarma SpA e la Rete di Impresa UniNetFarma), sia per la sua attività di amministratore pubblico (è stato per anni assessore e sindaco).

È giusto dire che il taglio della spesa convenzionata è un regalo all’industria farmaceutica fatto a danno della farmacia?
Stiamo spostando i termini del problema, perché qui non si tratta di un danno alla farmacia per la riduzione del tetto della spesa farmaceutica convenzionata dal 7,96% al 7%. E per spiegare che questo è un finto problema basta ricordare quanto avvenuto con la Finanziaria del 2020: pur con il tetto del 7,96%, la spesa convenzionata è diminuita di ulteriori 230 milioni circa, senza, però, alcun beneficio per la farmacia. Perché il tetto non è un fondo sanitario a disposizione, ma rappresenta un limite al di sopra del quale non può essere finanziata la spesa, pena il pagamento del payback da parte delle Regioni e dell’industria sugli acquisti diretti, e delle farmacie, dei distributori e dell’industria sulla spesa convenzionata.
Quest’anno la spesa convenzionata si è fermata sui 7 miliardi 916 milioni e il nuovo tetto 2021 sarà di circa 8 miliardi 490 milioni, ma non sono soldi a nostra disposizione. Bisognerebbe quasi augurarci di pagare il payback, perché vorrebbe dire che il nostro fatturato Ssn aumenterà di oltre 500 milioni, ma purtroppo questo non succederà. Quindi, non è certo la diminuzione del tetto che mi ha fatto arrabbiare.

E per che cosa, allora, si è arrabbiato?
Il vero problema è che non sono state realizzate in Finanziaria le promesse fatte a Federfarma in merito alla modifica della remunerazione. Così ci troviamo purtroppo a dover sopportare una situazione ormai anchilosata, datata 2012, quando, però, il nostro margine per i farmaci forniti al Servizio sanitario nazionale era pari a 2 miliardi e 540 milioni. Oggi, invece, siamo a 2 miliardi e 180 milioni e così dobbiamo cercare di recuperare quella differenza di margine, cioè di guadagno delle farmacie, necessaria alla loro sostenibilità. L’obiettivo è recuperare almeno 200 milioni di ulteriore margine, ed è quello che stiamo cercando di ottenere con il decreto “Ristori”. Mi spiego meglio: è necessario un investimento vincolato -e non, quindi, un tetto- alla marginalità, cioè al guadagno delle farmacie. E ottenere questi 200 milioni avrebbe lo stesso effetto di una spesa convenzionata aumentata di un miliardo in più, essendo il margine delle farmacie sul farmaco Ssn mediamente del 22%, ma ottenerli così sarebbe molto meglio che portare un miliardo di fatturato in più. E non si tratta di una richiesta meramente corporativa, perché qui è in gioco la sostenibilità stessa della farmacia e la convenienza di continuare a fornire il farmaco Ssn. Il tetto, insomma, è un finto problema e parlare del taglio dal 7,96 al 7% è dibattito futile.

Il vecchio tetto, seppur non era nella disponibilità della farmacia, non poteva, però, servire proprio a sostenere il cambio del sistema di remunerazione?
Il tetto della spesa convenzionata e la remunerazione sono elementi disgiunti. Il tetto rappresenta un limite di spesa che riguarda un comparto e indica quanto al massimo le Regioni possono spendere del Fondo sanitario nazionale, che viene distribuito in forma indistinta, cioè in quota capitaria mediata da alcuni altri aspetti di carattere sanitario e sociale. Il cambio di remunerazione, invece, serve per rendere sostenibile -e anche professionalmente dignitoso- l’atto dispensativo del farmaco. Oggi siamo su una media di 1,95 euro, che non è né dignitosa, né sostenibile e se andiamo avanti così è inutile fare la farmacia dei servizi, perché per rendere sostenibile l’impresa farmacia saremmo spinti verso altri tipi di attività, stile drugstore americano. Siccome il Ministro e tutte le forze politiche dichiarano che ciò non deve avvenire, non rimane che cambiare la remunerazione. Quindi il tetto oggi non è un problema, perché siamo, e aggiungo purtroppo, ampiamente sotto il tetto.

Questo, però, in generale, ma ci sono regioni dove la spesa convenzionata supera il 7%. Qui le farmacie dovranno pagare il payback o subire una riduzione nell’offerta dei farmaci Ssn?
Il tetto di spesa non è un problema per nessuno, neppure per le farmacie delle Regioni che, per loro fortuna, hanno una spesa farmaceutica convenzionata più alta. Tant’è che già nel 2018 e nel 2019 ci sono state Regioni -come Abruzzo, Puglia, Campania e Calabria- che hanno sforato l’allora tetto del 7,96% e, prova provata, non hanno pagato il payback.

Ci sono problemi anche nelle trattative per la nuova Convenzione. Che cosa sta succedendo?
Precisiamo subito che convenzione e remunerazione sono due facce diverse della stessa medaglia. La convenzione serve a creare le modalità all’interno delle quali avviene la dispensazione dei farmaci, della Dpc e dei servizi tra il Ssn e le farmacie. Non muove un soldo, ma è necessaria in quanto è vecchia, datata 1998, mentre nel frattempo sono intervenuti fattori determinanti, quali l’introduzione della Dpc e la farmacia dei servizi, che vanno normati a livello nazionale. Le Regioni ci hanno, però, presentato alcune proposte inaccettabili, al punto da obbligarci a sospendere la trattativa. Certo, non ci sottraiamo a ulteriori confronti, ma in ogni caso senza il cambio della remunerazione noi non firmiamo alcuna convenzione. Quindi, sono due aspetti diversi dello stesso problema, tra loro non correlati, ma che viaggiano in parallelo.

Lei ritiene sbagliato, pertanto, giudicare la Legge di Bilancio 2021 come un attacco diretto contro la farmacia?
In realtà nella Legge di Bilancio ci sono provvedimenti che valorizzano il presidio farmacia dal punto di vista delle funzioni: la possibilità, per esempio, di fare test, tamponi e vaccini, test e tamponi che sono già effettuati in molte zone, con serietà e professionalità, ottenendo risultati importanti. No, nella Legge di Bilancio 2021 non vedo un attacco alla farmacia, vedo, purtroppo, il venir meno a un impegno preso, quello, cioè, di cambiare la remunerazione. Questo non è un attacco alla farmacia, che tanti ne ha subiti in passato, quando, per esempio, sono stati introdotti gli sconti, quando si è ridotta pesantemente la spesa convenzionata per sopperire all’esplosione della spesa ospedaliera, o quando si è concessa la fuoriuscita prima del farmaco e poi del farmacista. Non vedo alcun attacco, ma non vedo nemmeno quel supporto economico dovuto e concordato per permettere alla farmacia di essere autosufficiente e poter svolgere così la sua funzione di presidio sanitario senza dover necessariamente debordare verso settori che non sono di sua pertinenza.

Non le suona strano che questo avvenga con al Governo partiti di sinistra, che sempre hanno difeso la spesa pubblica e, in particolare, proprio il Ssn?
Quel che mi risulta strano in tutta questa vicenda e che trovo incoerente per un governo di sinistra è il fatto che attraverso il cambiamento dei tetti di fatto si sia ridotto il payback all’industria, trasferendo così risorse che andavano alle Regioni. Alzando il tetto della spesa ospedaliera, infatti, le Regioni incassano meno payback dall’industria e questo, per un governo di sinistra che è sempre stato attento all’importanza del Ssn, mi sembra alquanto singolare. Mi è stato spiegato, in interlocuzioni informali, che questo governo crede fortemente nell’industria farmaceutica come traino per la ripresa economica del Paese e questa mi sembra una spiegazione ragionevole, ma personalmente mi preoccupo di quanto avviene per le farmacie. Sia ben chiaro, io non sono contro le industrie e se guadagnano di più sono contento per loro, ma vorrei che anche le farmacie fossero trattate con il riguardo dovuto per l’importante ruolo che rivestono nell’ambito del Ssn. Mi aspetto, quindi, particolare sostegno anche per la nostra nuova remunerazione.

E ora, che cosa pensa succederà?
Abbiamo segnalato al Governo, in particolare al ministro della Salute e al Mef, le incoerenze sopra evidenziate, e ci hanno risposto che in quel momento era urgente chiudere la Legge di Bilancio in fretta e che le risorse erano terminate. Si sono, però, dichiarati disponibili a valutare le nostre istanze con il “Ricovery fund”, così come sono continui i rapporti con i ministeri della Salute e dell’Economia e Finanze per inserire nel decreto “Ristori” sia la nuova remunerazione, sia la cifra che la supporta. Perché il cambio della remunerazione l’ottengo domani mattina a parità di risorse, ma il problema oggi è ben diverso. Se mi fossi trovato a modificare la remunerazione nel 2012 è chiaro che l’avrei siglata subito, ma oggi purtroppo è necessario recuperare almeno i due terzi dei 350 milioni che in questi anni abbiamo purtroppo perso, altrimenti diventa un’operazione inutile.

Quali ritiene siano ora le prospettive per l’Azienda Farmacia?
Non dobbiamo dimenticare che tutte le previsioni fatte dagli economisti dicono che il punto di caduta della spesa farmaceutica convenzionata a carico del Ssn è 7 miliardi e 200-300 milioni. Oggi siamo a 7,9 miliardi di euro, quindi è destinata a diminuire, perché c’è la necessità di liberare risorse non più per i nuovi farmaci, che in grande maggioranza già la farmacia dispensa tra convenzionata e Dpc, ma per i farmaci biologici: si tratta di poche unità, ma di altissimo valore, e di questi pochi transitano in farmacia. Inoltre, abbiamo tutti i farmaci agnostici, che oggi coprono circa il 5% della spesa, ma che sono medicinali che salvano la vita delle persone, e che hanno ingenti costi a trattamento. A questo aggiungiamo, poi, l’aumento dell’età delle persone, dei malati cronici e della capacità diagnostica che fa aumentare gli assistiti. È uno scenario complesso, che potrà trovare risorse, forse, nell’ampliamento del fondo sanitario, ma soprattutto nella compressione del prezzo dei farmaci a brevetto scaduto e, quindi, proprio nell’ambito della spesa convenzionata. Ecco perché bisogna affrontare la sfida del cambio di remunerazione, non solo ottenendo un nuovo metodo, ma anche mettendoci alla pari con quanto abbiamo perso in questi anni.

(di Lorenzo Verlato, Farma Mese gennaio/febbraio 2021, ©riproduzione riservata)

2021-02-03T14:15:08+00:00