Medici e Covid: santi e meno santi

Una premessa è d’obbligo. Va tutto il nostro apprezzamento e un sincero grazie a quei medici e infermieri che abbiamo visto in ospedale tutti bardati e impegnati nella cura ai malati del Covid-19. Gratitudine e riconoscenza vanno pure riservate ai molti medici di medicina generale e ai pediatri di libera scelta, che hanno operato sul territorio contro la pandemia, spesso affrontando in prima linea il virus, seppur disarmati, come testimoniano le molte vittime che rimpiangiamo, al pari di quelle dei nostri amici farmacisti.

Chiarito questo, dobbiamo, però, non dimenticare neppure quei medici territoriali -per fortuna ne conosciamo pochi- che durante la pandemia sono pressoché scomparsi, lasciando deserti i loro studi (con la scusa di evitare gli assembramenti) e abbandonando pazienti smarriti, perché privi dell’usuale guida sanitaria in un momento di particolare trepidazione e allarme. E i primi a doversi rammaricare, e magari a intervenire con provvedimenti, dovrebbero proprio essere i medici stessi, soprattutto quelli seri che si sono impegnati con abnegazione e professionalità, e che incorrono, per il comportamento di questi pochi, nel rischio di veder sminuito il loro impegno e sacrificio.
Chiarito come la penso, desidero ora raccontare quanto mi è successo nei mesi scorsi, ovviamente censurando i nomi, perché è doveroso condannare il peccato e non il peccatore.

La vicenda
Un paio d’anni fa mi sono rotta il menisco sciando, una caduta banale (come lo sono quasi tutte), ma che mi ha portato in sala operatoria prima, obbligandomi poi a letto per un paio di mesi e quindi a un piano riabilitativo massiccio, che è durato più di un anno. In seguito a questo incidente e a conclusione del ciclo di sedute di fisioterapia, torno finalmente fiduciosa a praticare lo sport più bello del mondo, il volley. Ma ecco che il ginocchio accusa il colpo, si gonfia e torna a farmi male.

Mi rivolgo, quindi, al mio ortopedico che mi chiede di effettuare qualche esame per monitorare la situazione. Contatto, quindi -ma sarebbe meglio dire cerco di contattare- la mia dottoressa “della mutua” -come continuiamo a chiamare familiarmente il medico di medicina generale che ci segue- per la ricetta della risonanza magnetica di controllo. Non è un’urgenza e, visto il periodo difficile che stiamo vivendo, le mando una semplice e-mail per chiederle la prescrizione dell’esame. È il 1° ottobre 2020.
Passano i giorni e nessuna risposta, le riscrivo, quindi, un’altra mail al solito indirizzo, quello che ho sempre usato per dialogare con lei e che si trova anche sul file dei medici di famiglia sul portale della Regione Lombardia. Nessuna risposta; la chiamo al solito numero dal quale ho sempre ricevuto le sue telefonate: segreteria telefonica. Ci sta, lascio un messaggio, sicura che mi richiamerà o mi scriverà.

Alla ricerca dell’arca perduta
Passano le settimane e il giorno del mio controllo specialistico (da privato) si avvicina: mando nuove mail, so che è impegnata, le chiedo semplicemente un via libera per andare a ritirare la ricetta. Ma dove? Nel suo studio? Meglio di no, visto l’avanzare della pandemia che a fine ottobre si fa incalzante; «nella farmacia sotto al suo studio?» le chiedo. Perché la dottoressa si avvale della disponibilità delle farmaciste che sono proprio a pochi metri dal portone dello studio. «Non si dovrebbe fare» mi disse una volta, vedendo la mia perplessità «ma la farmacia è aperta fino a mezzanotte e così i miei pazienti possono andare a ritirare le ricette in ogni momento. È un bel servizio!».
Non riesco a ottenere nessuna risposta. “Magari sta male, penso. Magari si è presa il Covid, poverina” e così chiedo nelle farmacie della zona se hanno notizie sulla dottoressa. «Si è ammalata, ma a inizio pandemia, in primavera» mi dice una farmacista. «Ora, però, sta bene: è venuto ieri un suo paziente parlandomi di lei».
Bene, mi dico, meglio così, ma come contattarla? Al telefono continua a scattare la segreteria e ora il messaggio automatico avvisa che la segreteria è addirittura piena e non si può registrare il vocale. Mando sms e al contempo continuo a inviarle mail su mail, cambiando anche l’oggetto del messaggio, che diventa “Urgente”. Nel frattempo siamo al 2 novembre, è passato un mese e si inizia anche a parlare di vaccinazione influenzale: nelle mail le parlo anche di questo, le farà in studio? Posso fissare un appuntamento? Silenzio totale.

Nella prima settimana di novembre decido di giocare l’ultima carta: vado in studio di persona a chiedere informazioni. Avrei potuto farlo subito, certo, ma il Covid nel frattempo è tornato pesantemente e così avevo pensato di evitare. Il portiere dello stabile -un palazzo elegante e anche famoso per la sua storia qui a Milano- mi accoglie con un bel sorriso, che si spegne subito non appena faccio il nome della dottoressa: «Lei è almeno la 50esima persona che viene a chiedermi di lei… La dottoressa visita regolarmente, è operativa» mi dice. Ma come? E le telefonate, le e-mail: perché non risponde? «Riferirò il messaggio» mi liquida il portiere.

Passo anche dalle farmaciste sotto lo studio: magari non ha avuto tempo di rispondermi, ma ha preparato la ricetta e la troverò lì. Macché, ne hanno un pacco bello spesso, ma nessuna con il mio nome. La dottoressa quindi sta bene, è regolarmente al lavoro, dico alla farmacista al banco: perché, però, non mi risponde? «Le assicuro che abbiamo già detto alla dottoressa che i suoi pazienti chiedono di lei, non è la prima paziente che si rivolge a noi» mi dice imbarazzata. «La dottoressa è avvisata».
Torno al pc e mando l’ennesima mail: il tono è diverso ora che so che non è malata. L’oggetto della mail diventa “Dottoressa, può rispondermi?!” e anche nella mail il tono inevitabilmente cambia.

È il 9 novembre. Ancora la mia mail viene ignorata e mi rassegno a trovare un nuovo dottore. Però questa vicenda mi lascia con l’amaro in bocca. Ho grande rispetto per la professione del medico, è una vocazione, lo dico sempre, al pari del sacerdote o dell’insegnante: bisogna esserci portati e avere un’etica profonda per svolgere questo lavoro. Ho amici medici che nell’emergenza Covid hanno dato il 110%, non solo aprendo i loro studi a un numero maggiore di pazienti, ma anche andandoli a visitare al domicilio, non negandosi mai ad alcuna richiesta nonostante l’alto rischio per la loro salute. Alcuni di loro si sono ammalati per questo, nessuno per fortuna con esito drammatico, ma senza mai rimpiangere quel contatto umano che fa della professione medica una vocazione da tutta la popolazione apprezzata con speciale gratitudine, talvolta addirittura devozione.

La segnalazione all’Ordine e la risposta
Insomma, non mi va giù lasciare la questione in questi termini e così mi rivolgo all’Ordine dei medici di Milano, non tanto per invocare interventi disciplinari, ma per segnalare il problema e sperare che lo si possa risolvere senza dover ricorrere alla ratio estrema del cambio del medico.
«Mi chiamo Chiara Verlato, sono una giornalista paziente della dottoressa…» e spiego i termini della vicenda, parlando delle infinite mail, telefonate e messaggi inviati a vuoto. «Se avessi bisogno della prescrizione di un tampone Covid? Di un ricovero urgente? Di un esame perché sono a letto con una gamba rotta?» E racconto tutti i miei numerosi solleciti rimasti inascoltati. Probabilmente questo, insieme, al fatto che mi sono presentata come giornalista, fa scattare la pronta risposta dell’Ordine, che avvia un procedimento datato 12 novembre, un richiamo al quale sono messa in copia conoscenza, per chiedere alla diretta interessata osservazioni in merito alla situazione evidenziata dalla sua paziente (giornalista, “che scocciatura!”, avranno pensato). Aderisco anch’io a un Ordine professionale e so bene che un richiamo disciplinare non è mai qualcosa da sottovalutare.
E, infatti, ecco che la dottoressa con l’Ordine è decisamente più solerte e a inizio 2021 ricevo la mail ufficiale di risposta di Omceo Milano, Ordine provinciale dei medici chirurghi e degli odontoiatri, con allegato il rapporto protocollato n. … in cui mi viene comunicato che in data 29 dicembre 2020 la Commissione medica ha esaminato le mie rimostranze e, sentita la dottoressa, ha tratto la conclusione che “la dottoressa ha saputo ampiamente giustificare il proprio operato professionale”.
La dottoressa -si legge- “ha predisposto il ricevimento dei pazienti esclusivamente su appuntamento, al fine di evitare affollamenti in sala d’attesa”. Giustissimo, con il Covid (siamo a gennaio, in piena seconda ondata) è senza dubbio una scelta saggia, siamo tutti d’accordo, ma come potrei prendere un appuntamento quando non riesco in nessun modo a mettermi in contatto con lei?
E ancora “si è resa disponibile a effettuare visite domiciliari a tutti i pazienti fragili o febbrili, al fine di evitare rischi per loro stessi o possibili contagi ad altri pazienti”. Molto apprezzabile, penso, ma si torna al punto di partenza: come richiedere l’intervento domiciliare alla dottoressa?
E, infine, punto 3) dell’elenco, “si evidenzia che la dottoressa ha consigliato, visto l’alto numero di mail in arrivo e nell’impossibilità di dare risposte tempestive ai vari quesiti, l’uso di questa modalità per le richieste non urgenti, riservando, invece, l’uso di sms per i casi urgenti”. Ma quale consiglio, se non ho mai ricevuto una comunicazione al riguardo?
Ricordo che è passato più di un mese dal mio primo tentativo di contatto all’ultimo…, comprendo il periodo critico e anche l’immensa mole di lavoro, la corretta assegnazione di priorità a ogni richiesta ricevuta, ma un mese e mezzo senza alcun cenno di risposta… sarebbe bastato un veloce sms: “Scusi, non posso, sto occupandomi di altro più urgente”, per dare considerazione a una paziente che chiedeva soltanto di veder riconosciuto il suo diritto all’assistenza sanitaria.
“Tutto ciò premesso” conclude la comunicazione dell’Ordine dei medici di Milano “e dopo attenta verifica e approfondita analisi della documentazione in atti, la Commissione Medica ha valutato che nel comportamento tenuto dalla dottoressa non siano stati evidenziati fatti di deontologico rilievo e che, pertanto, non siano necessari, allo stato, ulteriori interventi ordinistici”.

Conclusioni (amare)
Quanto ribattuto qui l’ho inviato anche all’Ordine e mi piacerebbe chiudere questo articolo con il classico “To be continued…”, ma più realisticamente penso che la faccenda, da parte loro, si sia chiusa qui con l’invio del rapporto protocollato.
Ho cambiato medico, se ve lo state chiedendo, e la nuova dottoressa, più lontana e scomoda da raggiungere, si è già rivelata disponibile a incontrarmi la prossima settimana, per una prima visita, “indispensabile per conoscerci e avviare un rapporto di stima e fiducia reciproca”, mi ha detto. Certo, è vero, fa più rumore un albero che cade di una foresta che cresce, diceva Lao Tzu, filosofo e scrittore cinese, e quindi bisogna considerare i tanti medici meritevoli e non un singolo caso negativo. Eppure non dimentichiamo l’importanza -e la fortuna- di avere un medico che sappia considerare ogni nostra necessità, anche la più piccola. Soprattutto in questi tempi bui.

(di Chiara Verlato, Farma Mese 1/2 2021 ©riproduzione riservata)

2021-02-03T15:14:23+00:00