Alla riscoperta di Maslow

Era il 1954 quando lo psicologo statunitense Abraham Maslow mise a punto e pubblicò la sua teoria sulla gerarchia dei bisogni e delle motivazioni. È quella che ancora oggi conosciamo come la “Piramide di Maslow”. In sostanza, qual era la sua idea? Che i bisogni degli individui potessero essere suddivisi in due grandi categorie: fondamentali e superiori. E a loro volta inseriti a strati in una piramide alla cui base figurano i bisogni primari e fisiologici (alimentarsi, dormire…) e, via via a salire, quelli di sicurezza e salute, seguiti dall’appartenenza (la famiglia, gli amici) e infine le ultime due categorie: la stima e l’autorealizzazione.

Erano gli anni del dopoguerra e il mondo stava ritrovando entusiasmo e voglia di fare e rinascere. Ed era probabilmente la prima volta che si iniziava a porre un accento così marcato sul tema del rapporto con le altre persone, ma anche con se stessi.
Bene, sono passati quasi settant’anni dalla formulazione di questa teoria, tuttora studiata e apprezzata; anni in cui abbiamo progressivamente trascurato la parte bassa della piramide, dandola per scontata. E ci ritroviamo travolti da un evento che nessuno di noi (salvo qualche centenario) aveva mai vissuto; evento che spinge a fare alcune considerazioni in più sui valori fondamentali della vita.

Nell’aprile del 2020 l’Istituto di ricerche Eumetra MR conduce un’indagine sui cittadini italiani e chiede, tra l’altro, quali siano in quel momento le loro priorità. Cosa ne esce? Che le cinque categorie di Maslow possono essere ricompattate in due grandi macro-temi: salute e relazioni. Gli italiani dicono: “innanzitutto voglio la salute”; e poi aggiungono che manca la possibilità di incontrarsi, di fare vita sociale, di vedere parenti e amici (forse soprattutto gli amici…). Insomma, quelle cose che sembravano così normali e scontate, oggi vengono viste come un valore imprescindibile; alla base di tutto. E questo forse non ci stupisce neanche tanto. Ma facciamo un passo avanti.

Salute e relazioni. E dov’è quel posto in cui la salute viene posta al centro e le relazioni sono (o dovrebbero essere) alla base della quotidianità? Risposta facile: la farmacia.

Lasciamo da parte tutti i luoghi comuni che abbiamo sentito e risentito: la trincea, la prima linea, la guerra… e guardiamo avanti (ma anche al presente). E qui qualcuno potrebbe dire: “sì, ma adesso più gente compra online e quindi siamo penalizzati”. Certo, vero. Ma possiamo impedire ai cittadini di comprare online? No.

E ancora, un ritornello frequente recita: “la gente consulta sempre il dr Google e viene in farmacia con le risposte, anziché con le domande”. Vero e falso. Mentre sappiamo che passano mediamente pochi secondi da quando un paziente esce dallo studio di un medico a quando consulta internet per trovare conferme o smentite, sappiamo anche che ben il 52% delle persone nutre dubbi su ciò che trova in rete. Dunque la metà dei cosiddetti “navigatori”. E proprio questi sono gli interlocutori ideali. Sono le persone che si informano, si documentano, ma al tempo stesso hanno anche la consapevolezza che non si può essere tuttologi e che esistono professionisti con le competenze necessarie per rispondere alle loro domande.

Inoltre, i farmacisti hanno la grande opportunità di far valere ciò che il web non riesce a fare, e cioè trasmettere quelle conoscenze e rassicurazioni che la professione porta con sé. Entrare in empatia con il proprio cliente (ho detto cliente, non paziente), dialogare, ascoltare, far percepire il valore del contatto umano. Del resto, è quello che i cittadini hanno dichiarato essere importante, no? Dopo la salute, le relazioni.

E concludo tornando sul tema del cliente (so che per alcuni farmacisti tutti coloro che varcano la soglia della farmacia sono pazienti). Se la farmacia dev’essere il luogo della salute (e delle relazioni), allora siano benvenuti i clienti, quelli che sono sani e sani vogliono rimanere.

(di Roberto Valente, Farma Mese n. 1-2/2021 ©riproduzione riservata)

2021-02-10T10:59:44+00:00