Nostalgia… canaglia?

Era il 1987 quando, al Festival di Sanremo, Albano e Romina Power presentavano una canzone con questo titolo: “Nostalgia canaglia”, classificandosi terzi e probabilmente ignorando che il tema della nostalgia sarebbe diventato un leitmotiv non già di qualche altra canzone pop, bensì di inaspettate strategie di digital marketing del millennio successivo.

Perché di questo si tratta: per far fronte ai ciclici alti e bassi dei fenomeni storici, la tendenza umana è quella di rispolverare, nei momenti critici, reminiscenze di periodi felici o gloriosi. Assistiamo pertanto, proprio nel 2021 (che evidentemente per moltissime persone non sarà classificato nella storia come un periodo particolarmente felice), a un tentativo quasi ossessivo di voler ricordare e rivivere determinati periodi del passato, con particolare riferimento agli anni Ottanta, quelli del secondo boom economico del dopoguerra, o financo agli anni Settanta, che, peraltro, non furono poi per noi italiani un decennio così scintillante.

Il “nostalgia marketing” figura, dunque, tra le tendenze delle campagne digitali del 2021 e l’obiettivo è chiaro: far ritrovare ai consumatori quel confort, quella piacevole e rassicurante sensazione di quando si stava bene, anzi meglio. Ed è giusto che ciascuno di noi ne tenga conto nella propria attività di comunicazione digitale, dando per scontato che se ne abbia una.

Ma attenzione: andare avanti stando costantemente (o troppo spesso) voltati all’indietro ci pone di fronte al grave rischio di non comprendere come il mondo stia cambiando, perdendo, dunque, opportunità che ci sfilano sotto il naso e a cui non vogliamo credere o di cui non ci accorgiamo, in quanto troppo intenti a compiacerci di come si stava bene un tempo e a invocare un ritorno allo status quo ante. È molto frequente, in questo periodo, sentire persone che evocano un ritorno alla “normalità”. E siamo tutti d’accordo, credo, sul fatto che lockdown vari, privazioni di libertà, mancanza di relazioni sociali, impossibilità di svolgere determinate attività lavorative abbiano un impatto negativo sull’intera società.

Ma la domanda è: quale sarà la normalità domani? Sicuramente non più quella di ieri. A ciò dobbiamo essere preparati. L’accelerazione subita dall’evoluzione tecnologica, per esempio, ha cambiato uno scenario che già stava, con tutt’altro passo, mutando. La medicina è, fuor di dubbio, uno dei campi in cui determinate applicazioni dell’intelligenza artificiale (AI) trovano maggiore riscontro. L’app Pain-check, per esempio, utilizza la tecnologia di analisi facciale e l’AI per valutare e misurare il dolore. È stata concepita per aiutare chi ha difficoltà a esprimersi o non è in grado di comunicare la propria sofferenza (come le persone affette da demenza), rischiando così di non avere i trattamenti farmacologici adeguati. Ma questo è soltanto un esempio.

Probabilmente non passerà molto tempo e dispositivi analoghi saranno nelle mani di medici e farmacisti, costituendone uno strumento di lavoro assolutamente ordinario. E questo che cosa significherà? Che il valore e il contributo umano diventeranno inutili? Probabilmente no. Però è fuori discussione che il nuovo secolo (nuovo si fa per dire, essendo iniziato già da vent’anni) porterà con sé cambiamenti anche radicali che stravolgeranno il nostro consueto modo di lavorare. Gli algoritmi diventeranno sempre più i veri decisori e influenzatori delle nostre vite e il vero tema del futuro non sarà soltanto la protezione dei dati, ma addirittura la protezione dei neurodati che, come abbiamo capito, saranno decifrabili con una certa facilità.

Allora dobbiamo rassegnarci? No, dobbiamo continuare a studiare per cercare di mettere in relazione diverse discipline, ricordando che, per citare Goethe, “soltanto l’intimo impulso, la gioia, l’amore ci aiutano a superare gli ostacoli, a costruire strade…”

(di Roberto Valente, Farma Mese n. 5/2021 ©riproduzione riservata)

2021-06-15T10:37:39+02:00