Vaccini e poi avanti con fiducia

In silenzio è partita la Valle d’Aosta, poi il Lazio e man mano a seguire un’altra decina di Regioni, a riprova che il farmacista vaccinatore è una realtà e che la “Farmacia dei servizi” è ormai decollata. Certo, il Covid ha rivelato il valore delle farmacie come presidio sanitario sempre disponibile, “primo punto d’ingresso del cittadino nel mondo della salute”, come l’ha definito il presidente Mario Draghi. La vaccinazione, quindi, ha fatto fare un passo in più, dimostrando non soltanto il ruolo sanitario della professione, ma anche dando prova dei nuovi spazi che si possono aprire alla farmacia.


Il farmacista rivendica il diritto alla carezza, sicuramente assai gradita e ancor più ora giustificata dal suo impegno durante la pandemia, ma l’esperienza insegna che bisogna far tesoro delle esperienze vissute, per valutarne le difficoltà ed evitare di doverle rivivere. Questa partenza a singhiozzo delle vaccinazioni, per esempio, insieme a quanto successo per mascherine, Dpi e gestione del Covid, ha rivelato un’Italia a più velocità, con Regioni che vanno per conto proprio, spesso incapaci di attivarsi in modo uniforme. E non soltanto per i tempi differenti di recepimento dell’Accordo nazionale o delle direttive ministeriali, ma per l’impossibilità di dialogo tra piattaforme informatiche tra loro afone.


Ne è una riprova lo stesso fascicolo sanitario elettronico, l’asset di raccolta dei dati sanitari dei pazienti. Solamente 4 Regioni risultano in regola (Veneto, Toscana, Friuli-Venezia Giulia e Provincia di Trento), altre 4 sono in dirittura d’arrivo (Sardegna, Valle d’Aosta, Lombardia e Sicilia), 2 a metà del guado (Emilia-Romagna e Puglia) seguite da Liguria e Piemonte, mentre tutte le altre sono ancora ai blocchi di partenza. Eppure il Fse è in cantiere da anni e non è più concepibile un’Italia a macchia di leopardo. Che una Regione possa muoversi in modo autonomo va bene, per rispondere alle necessità locali, ma ci sono attività che richiedono immediata ed eguale attuazione, diversamente il Titolo V della Costituzione diventa un peso insopportabile.


Altra questione da risolvere per valorizzare la sanità territoriale consiste nell’abbattere le paratie stagne che nel tempo si sono create tra professioni sanitarie, con difese corporative stantie e pericolose. Le reazioni al farmacista vaccinatore da parte di alcuni Ordini dei medici lasciano l’amaro in bocca, alla faccia del voler porre il paziente al centro: medico di base, farmacista e infermiere di comunità devono operare in sinergia, se si vuole riportare la gestione del malato dagli ospedali al territorio. E non temano di perder posizioni di potere, perché l’invecchiamento della popolazione e l’emergenza da cui a fatica stiamo uscendo dimostrano che c’è spazio per tutti.


La speranza viene ora dal Piano di resistenza e resilienza, questa pioggia d’investimenti che obbliga ad attuare indilazionabili riforme, a cambiare la governance della Sanità e a innovare strutture e sistemi digitali. Speriamo, allora, in un energico scossone, consapevoli che anche la farmacia dovrà innovare e poi assestarsi. Ma nessuna paura, perché la sostengono tre cardini essenziali: professionalità, capillarità e rapporto di fiducia dei cittadini, tre valori che consentono di guardare avanti con fiducia.

(Editoriale di Lorenzo Verlato, Farma Mese n. 6/2021 ©riproduzione riservata)

2021-06-14T11:05:20+02:00