Facciamo un patto (di famiglia)

Con il patto di famiglia il titolare di un’azienda può trasferire la titolarità a uno o più discendenti, che devono liquidare i diritti degli altri legittimari. Di fatto anticipa la successione, mettendo previamente d’accordo
gli eredi

Dai precedenti interventi pubblicati su “Farma Mese” è emerso come la pandemia possa aver messo a dura prova i rapporti interpersonali e/o familiari, con ripercussioni negative anche nella sfera lavorativa; abbiamo visto, però, come sia possibile “vedere il bicchiere mezzo pieno”, trasformando, così, le situazioni conflittuali in qualcosa di positivo. Con la nostra esperta fiscalista, Paola Castelli, analizziamo uno strumento attraverso il quale è possibile arrivare alla serenità familiare e aziendale.

Dottoressa Castelli, se in famiglia a volte l’armonia lascia a desiderare, lo stesso può accadere in ambito lavorativo e, quindi, in farmacia. A volte si riesce a rispettare il detto “l’unione fa la forza”, altre è preferibile “la società migliore è quella con un numero di soci dispari inferiore a tre”. Come scegliere la strada giusta?
È evidente come nel trovare una risoluzione alle divergenze familiari e lavorative non si possa mai generalizzare; non esiste una cura univocamente applicabile a tutte le realtà familiari e aziendali. Come sempre deve essere attentamente analizzato il singolo caso, cercando di individuare esigenze e ambizioni delle parti in causa per poi trovare non solo la soluzione più adatta a “placare gli animi”, ma anche il momento giusto per adottarla.

Quando è opportuno correre ai ripari?
Ci sono situazioni che è bene risolvere immediatamente; altre, invece, in cui forse è meglio far sì che il tempo porti consiglio: la soluzione alle faide, quindi, può essere adottata in vita dal titolare ovvero rinviata, il più tardi possibile, mortis causa (in tal caso, per quiete familiare e per scaramanzia, consiglio di fare testamento, peraltro sempre modificabile).

Saper cogliere il momento giusto per riportare serenità in famiglia e in farmacia, modificando, se necessario, l’assetto aziendale, ossia trasferendo l’azienda ai propri figli o a terzi, rappresenta una scelta estremamente delicata per il titolare non solo a livello psicologico (“La farmacia è la mia creatura! Giù le mani!”), ma anche per il relativo impatto sui rapporti familiari e per le relative implicazioni civilistiche e fiscali.

Pensiamo, per esempio, al caso di un titolare, che gestisce la farmacia, impresa individuale, sotto forma di impresa familiare, con due figli (i figli maggiori), di cui uno prossimo alla laurea in farmacia e l’altro che ha scelto studi diversi, ma che non gli consentono, soprattutto tenuto conto della crisi economica derivata dal Covid, di vedere un futuro prossimo roseo: supponiamo che il figlio minore, il “piccolino”, non laureato e che non sa ancora bene cosa voglia dalla vita (se non che mai vorrà lavorare in farmacia), tenda a seminare zizzania in famiglia, avanzando pretese economiche nei confronti del padre, perché non si sente tutelato rispetto ai fratelli maggiori.

Cosa può fare, quindi, il padre per riportare la pace? Potrebbe essere costretto a cessare l’impresa familiare in essere con i due figli maggiori; non volendo essere ripetitiva nel ricordare gli ormai ben noti e numerosi diritti che i familiari avanzano in caso di cessazione dell’impresa familiare, opto per l’aspetto fiscale di tale scelta, data la recente conferma fornita al riguardo dall’Amministrazione Finanziaria.

L’Agenzia delle Entrate (risposta all’interpello n. 195 del 18.03.2021) ha, infatti, confermato che le somme liquidate ai collaboratori familiari non assumono rilevanza fiscale; ai fini delle imposte indirette la scrittura privata autenticata o l’atto pubblico di cessazione dell’impresa familiare sconta l’imposta in misura fissa.

Trattasi di una fase delicata della vita aziendale che è bene non sottovalutare, non solo per le implicazioni fiscali, ma anche perché pone, poi, il padre titolare di fronte al senso unico di dover, per il quieto vivere tra i fratelli, effettuare un’equa suddivisione del suo patrimonio.

La strada più drastica adottabile dal padre, ormai esasperato, potrebbe essere la vendita dell’azienda-farmacia e la suddivisione tra i tre figli del ricavato in vita (donazione) ovvero mortis causa (testamento): e, poi, come si dice in dialetto lombardo: “A te ghee un poo del ranges!”. Della serie: adesso arrangiatevi! Ma optiamo, in questo caso, per una soluzione meno estrema e che riporti la pace in famiglia e in farmacia: dopo tutti gli attriti tra fratelli, dopo tutte le recriminazioni da parte del “piccolino”, facciamo un patto.

A cosa si sta riferendo?
Al patto di famiglia, che altro non è che un istituto giuridico per effetto del quale il titolare di un’azienda (o di una partecipazione societaria, ma non è il nostro caso) può trasferire gratuitamente tale titolarità a uno o più discendenti, che a loro volta devono liquidare i diritti degli altri eredi legittimari.

Il padre titolare può, quindi, stipulare tale patto, assegnando la farmacia ai due figli maggiori, i quali dovranno liquidare, in denaro ovvero in natura, il fratello “lamentino”. Con tale patto il padre anticipa, di fatto, la successione dell’azienda-farmacia, mettendo d’accordo tutti i legittimari ed evita che l’azienda cada in comunione diventando terreno di futuri scontri tra i fratelli.

Perché i fratelli assegnatari della farmacia sono costretti a liquidare il fratello minore?
Perché dura lex, sed lex ed è quanto previsto da tale strumento giuridico. Questo a meno che il fratello non assegnatario della farmacia vi rinunzi, in tutto o in parte: nel caso in esame, vera e propria utopia.

Ma con il patto di famiglia non c’è il rischio di incorrere in qualche modo in contestazioni per violazione della legittima?
Tra i partecipanti al patto di famiglia non possono insorgere contestazioni di lesione della legittima. Questo perché, oltre alla necessaria partecipazione a tale atto (pena la sua nullità) non solo dell’imprenditore che trasferisce il bene e dei beneficiari del trasferimento, ma anche del coniuge e di tutti coloro che sarebbero eredi legittimari, qualora in quel momento si aprisse la successione nel patrimonio dell’imprenditore stesso, presupposto per la stipula dell’atto in esame è la liquidazione, in denaro o in natura, del discendente non assegnatario del bene (nel caso in esame: l’azienda) -a meno che quest’ultimo non vi rinunzi in tutto o in parte- da parte dei discendenti assegnatari.

La liquidazione deve corrispondere al valore delle quote di legittima (soglia minima da rispettare) previste ex lege. La pace familiare è, quindi, garantita.

Unica eventualità, peraltro remota, di contestazione del patto di famiglia per violazione della legittima può insorgere soltanto su azione da parte di un figlio di cui non si conosceva l’esistenza alla stipula dell’atto di cui sopra ovvero di un figlio nato dopo tale stipula.

Qual è il bello di tale soluzione? Che l’azienda rimane in famiglia, che il figlio minore viene soddisfatto e che il patto è inoppugnabile: fine delle trasmissioni!

In chiusura, cosa ne pensa del patto di famiglia?
A mio parere il patto di famiglia è uno strumento giuridico, aggiuntivo ad altri, utile a ripristinare la pace familiare, ma forse l’unico, attuabile in vita, in grado di mettere definitivamente una pietra sopra a tutte le controversie familiari. Come sempre (adesso sono ripetitiva): patti chiari, amicizia lunga.

(Farma Mese n. 6/2021 ©riproduzione riservata)

2021-06-23T11:15:42+02:00