Queste le proposte dei giovani farmacisti

“Nulla sarà più come prima”. È una citazione che ultimamente ricorre spesso ed è il segno di un cambiamento sempre più necessario, che coinvolge un po’ tutto e tutti, ma specialmente il mondo sanitario, uscito a fatica dalla pandemia Coronavirus. E che la farmacia debba rinnovarsi sono soprattutto i giovani a proclamarlo, sia perché caratterialmente più predisposti all’innovazione, sia perché il cambiamento avverrà sulle loro spalle. “Bisogna raccogliere il testimone e correre più veloci” è quanto si propongono i giovani farmacisti e così Fenagifar elabora alcuni spunti di riflessione, per affrontare il futuro professionale con proposte concrete e innovative. Ne parliamo con la presidente, Carolina Carosio.

Partiamo dall’università, non soltanto perché i vostri ricordi sono recenti, ma perché qui più che mai c’è bisogno di aria fresca. Quali i suggerimenti per il necessario aggiornamento?
La tematica dell’aggiornamento del corso di laurea in farmacia interessa molto Fenagifar, perché noi avvertiamo che la preparazione di chi esce dall’università il più delle volte, purtroppo, non corrisponde alle mutate esigenze della professione. Pensiamo all’evoluzione digitale, alla sfida della “farmacia dei servizi”, alla conoscenza dei nuovi farmaci biologici e delle nuove terapie, alle frontiere dell’immunoterapia, alla farmacologia moderna, alla diagnostica strumentale, alla clinica delle piccole patologie, alla gestione delle analisi di prima e seconda istanza, alla politica sanitaria, senza poi dimenticare le tecniche di gestione economica della farmacia: tutto questo ci obbliga ad ampliare le conoscenze e non sempre l’università ci soccorre. Quello che sicuramente emerge a livello universitario è la grande eterogeneità nei piani di studio e questo comporta la formazione di professionisti con background formativi diversi tra loro.

Le soluzioni che la Federazione suggerisce possono essere molteplici. Innanzitutto sarebbe doveroso intervenire per armonizzare i piani di studio e favorire tra i diversi atenei una diversificazione delle competenze, creando corsi di studio che garantiscano formazioni più specialistiche. Per esempio, offrendo a chi lo desidera un aggiornamento performante in un’area gestionale-economica, piuttosto che scientifica, e così via. Come Fenagifar stiamo proprio lavorando e vorremmo portare a compimento percorsi specializzanti all’interno delle università, ovvero giovani farmacisti che riportano la loro specifica formazione, il loro percepito e la loro esperienza lavorativa anche post laurea all’interno dell’università stessa, attraverso seminari o incontri. Così gli studenti al 4°-5° anno potranno avere una percezione di quel che potrà essere il lavoro del domani e, conseguentemente, capire quali possibilità saranno loro offerte e quali le competenze da acquisire.

Anche il tirocinio professionale va rivisitato. Al riguardo che cosa proponete?
Ecco un’altra criticità che Fenagifar vuole affrontare, perché oggi il tirocinio abbisogna di riordino e di omogeneità. Riordino, perché l’istituto va rinnovato, e omogeneità perché necessita di una specifica uniformità e valenza. Il tirocinio, infatti, è strumento prezioso da valorizzare, perché rappresenta il primo contatto che lo studente ha con il mondo del lavoro e con la vita reale della farmacia e, quindi, è importante che venga sfruttato al meglio, sia dal tutor professionale -il cui ruolo va valorizzato-, sia dai ragazzi, che vanno sollecitati a utilizzarlo in maniera funzionale. Potrebbe rivelarsi utile, secondo me, una sua valutazione finale in sede di voto di laurea, andando cioè a valorizzare il punteggio per l’impegno svolto. Dare un riconoscimento tangibile potrebbe, infatti, stimolare i ragazzi a seguire il tirocinio in maniera performante, più di quanto forse oggi avvenga. Inoltre, ritengo che non dovrebbe soltanto l’università stabilire che cosa lo studente deve apprendere, ma anche la componente professionale potrebbe dire la sua, contribuendo alla stesura degli argomenti da approfondire. Un maggior riconoscimento e una certificazione professionale da parte del tutor stesso potrebbe far capire al tirocinante l’importanza di questo prezioso strumento, evitandogli di considerarlo un impegno noioso da velocizzare, meno importante rispetto a un esame o a qualche altra attività formativa.

Il Covid ha impresso un’improvvisa accelerazione all’innovazione digitale. Per voi, che siete la generazione dei Millennial, il web è pane quotidiano. Come ritiene che il farmacista dovrebbe gestire la rivoluzione digitale?
Innanzitutto cercando di cavalcare il cambiamento in atto, perché ormai il digitale è inevitabile, e le nuove tecnologie vanno sfruttate al massimo, per esempio nella gestione aziendale, nella presa in carico del paziente, nel controllo dell’aderenza alla terapia, nella Pharmaceutical care e in molto altro ancora. Certo, quando penso al digitale, la prima cosa che mi viene in mente è la dematerializzazione della ricetta, strumento ormai assolutamente fruibile da tutti i pazienti e che si è rivelato durante il lockdown essenziale soprattutto per l’anziano. Da questo punto di vista il web può velocizzare alcuni processi del nostro lavoro, come appunto la dispensazione del farmaco, ma in molto altro ancora può esserci di grande aiuto. Sicuramente la nostra generazione è avvantaggiata, perché siamo nati con il digitale e ancor più lo sono oggi gli studenti o i neolaureati, che con le nuove tecnologie hanno ampia dimestichezza. Ma credo che anche la generazione dei nostri genitori stia dimostrando un’ottima risposta alla dematerializzazione, per cui tutte le farmacie, a prescindere dalle loro caratteristiche e ubicazione, sono ormai in grado di fornire i nuovi servizi digitali. In tal senso ci si presenta un futuro assai interessante, sul piano della comunicazione, della messaggistica con il paziente, delle prenotazioni, dei servizi di chat e del rapporto professionale. Per non parlare, poi, dei nuovi servizi da offrire, dalla prevenzione, al telemonitoraggio, alla telemedicina e alla telesorveglianza, a quella “farmacia dei servizi” che, grazie alle nuove tecnologie, può ampliare e qualificare la sua offerta. Noi di Fenagifar siamo pronti. Peraltro ritengo che questa evoluzione avverrà in maniera dolce, più naturale di quanto si possa temere, rimanendo sempre nei confini della nostra attività professionale e senza mai uscire dal seminato.

Quindi state seguendo questa evoluzione in maniera particolare?
Senza dubbio, perché come giovani siamo proiettati al futuro e questa evoluzione la dobbiamo proprio cavalcare. Quello che vorremmo ora fare è riuscire a fornire ai colleghi, grazie al digitale, strumenti che aiutino a semplificare concetti e informazioni, aiutandoli nell’interpretazione di nozioni complesse o tecniche di difficile comprensione per i giovani. Per esempio, riuscire con un semplice clic a tradurre un’informazione particolarmente ostica, come una legge o un contratto, in modo da renderla facilmente fruibile. Su questo stiamo lavorando.

Progetti di Pharmaceutical care e Clinical pharmacy rientrano tra le vostre corde. Come pensate di concretizzarli in una finalmente attuata “farmacia dei servizi”?
Sicuramente, da parte nostra, consolidando la collaborazione con le società scientifiche, dando quindi voce alle differenti dinamiche dei diversi territori per far sì che in determinati ambiti si possa avere un campione il più possibile realistico e variegato. Penso, per esempio, alla recente collaborazione avviata con la Sifac, la Società italiana di farmacia clinica, proprio ai fini di un’indagine territoriale sull’accesso alla telemedicina in post-Covid, per verificare com’è cambiata la fruizione dei servizi da parte dei colleghi. Questo è fondamentale perché fa capire ai giovani farmacisti quanto sia importante affidarsi a dati certi, quando si parla di indagini territoriali, soprattutto quando poi si vogliano proporre a livello istituzionale dati e riflessioni con una determinata sicurezza, grazie al fatto che le società scientifiche operano a livello culturale con competenza e credibilità.
Abbiamo anche avviato un progetto sulle aritmie cardiache, con una fase pilota che coinvolgeva alcune associazioni e poi ramificato a livello nazionale. Si tratta di uno screening semplice da realizzare, ma importante perché ha lo scopo di sensibilizzare i giovani farmacisti all’approccio con la telemedicina, non con uno strumento difficile o rivoluzionario, bensì anche con un apparecchio semplice e con l’uso di questionari. Sappiamo, infatti, che non tutti i giovani hanno la possibilità di lavorare in realtà dove la telemedicina è sviluppata, vuoi per spazio, vuoi per tempo, vuoi per carenza di personale o di assistenza, però è necessario che entrino a contatto con questi strumenti digitali. Il progetto si chiama “Non perdere il ritmo” e ha proprio questo scopo, quindi educativo, conoscitivo, e di semplificazione, capace di fornire una cultura di base che garantisca un domani una preparazione comune, sulla quale poi poter lavorare e amplificare.

Quali altri progetti avete in mente di effettuare a breve e medio termine?
Sicuramente il discorso dell’università ci sta molto a cuore e quindi affrontare il tema dei seminari del mondo accademico è qualcosa che ci piacerebbe realizzare. Così come ci piacerebbe far sì che future generazioni o i giovani che ricoprono anche ruoli istituzionali, per esempio nei consigli degli Ordini o di Federfarma, ricevessero una formazione adeguata ai compiti da affrontare, cioè offrire loro un contributo a una corretta formazione. Vorremmo poi porre una certa attenzione su progettualità che puntino alle innovazioni tecnologiche, come la telemedicina, piuttosto che la telesorveglianza o il telemonitoraggio: sono tutti obiettivi che ci poniamo.

Come giovani spetta a voi portare una ventata d’innovazione nella professione. Quali sono al riguardo le vostre proposte e quale la determinazione nel perseguirle?
L’idea di base della Federazione è saper sempre rappresentare negli anni un punto di riferimento per i giovani farmacisti. Ne consegue che deve sempre promuovere una formazione al passo con i tempi, di modo che i nostri associati siano sempre preparati e trovino in Fenagifar l’occasione per sviluppare le nuove competenze richieste dal territorio. Fondamentale per noi, dunque, è promuovere costantemente un’innovazione che parta dalla formazione e che si fondi sempre sulle competenze e che sia adeguata alle loro necessità. Quindi, fare in modo che siano preparati a 360°, per esempio -come dicevo prima- garantire una formazione anche a livello istituzionale, tale da creare una classe dirigente. Anche questo è un aspetto fondamentale e che dà un’idea di innovazione, perché sono sempre più richieste caratteristiche e competenze particolari, anche in base ai ruoli che uno occupa o andrà a occupare nella vita professionale e sindacale. Partendo dal mondo dell’Accademia, nostro obiettivo è seguire l’evoluzione futura, guardando anche al mondo della tecnologia con molta attenzione, senza trincerarsi troppo nelle convinzioni del passato, ma rimanendo curiosi e sempre aperti verso le novità, senza mai perdere di vista le nostre caratteristiche professionali. Soprattutto non dimenticandoci mai di essere farmacisti, quindi tecnici del farmaco, che cercano di capire come poter integrarsi in un mondo e in un futuro che avrà direttive ben precise, ma sempre interessanti e stimolanti.

(Intervista di Lorenzo Verlato, Farma Mese n. 9/2021 ©riproduzione riservata)

2021-11-19T12:42:08+01:00