Questo matrimonio s’ha da fare

Il Covid-19 ha ben evidenziato le criticità del nostro sistema sanitario, caratterizzato da strutture ospedalocentriche, che vanno superate migliorando l’assistenza territoriale e puntando innanzitutto su progetti per la deospedalizzazione del paziente cronico. Un impegno da tempo ribadito e oggi indicato anche dal Pnrr, che alla “Missione 6” sugli investimenti sanitari prevede ben 7 miliardi di euro per la creazione delle reti di prossimità e altri 8,6 miliardi per la ricerca e la sanità digitale.

Pensare però di creare sul territorio quella prima trincea sanitaria che è mancata durante la pandemia, senza l’apporto delle farmacie e dei medici di base, è pura utopia. Non basteranno, infatti, le case di comunità -una ogni 40-50.000 abitanti- a garantire un’assistenza capillare, ma si dovranno necessariamente prevedere presidi molto più ramificati e ben distribuiti, come stabilisce appunto la Pianta organica delle farmacie, una ogni 3.129 abitanti.
È quanto sta analizzando il Cergas (Centro di ricerche sulla gestione dell’assistenza sanitaria e sociale) della Sda Bocconi School of Management, che ha dato vita al progetto “Farmacia: presidio del territorio” non soltanto per indagare sui futuri ruoli della farmacia, ma anche per verificare se e come sia possibile realizzare un’integrazione tra i compiti del medico di medicina generale e le farmacie. E lo ha fatto approfondendo le potenzialità di una relazione interprofessionale, che metta al centro il paziente cronico, ai fini di una miglior aderenza terapeutica, che sappiamo essere in Italia assai lacunosa (sono aderenti, in generale, meno del 50% dei pazienti cronici).

Qualche dato evidenzia l’importanza dello studio affrontato: in Italia ci sono 24 milioni di cronici, di cui 3,8 non autosufficienti, e si calcola siano 8 milioni quelli che abbisognano di assistenza continua (visite, esami e follow-up). Rilevante poi è il peso della spesa sanitaria legata alla cronicità, che si aggira sui 67 miliardi di euro, destinati peraltro, secondo l’Oms, ad aumentare nei prossimi anni per l’invecchiamento della popolazione.

Nel corso del primo anno di ricerca il Cergas ha analizzato i servizi che la farmacia può offrire a supporto della gestione della terapia e quali può sviluppare per una più efficace collaborazione medico-farmacista. Lo ha fatto attraverso anche una survey, presentata da Stefano Perfetti, coordinatore del progetto, e da Arianna Bertolani della Sda Bocconi, che ha permesso di cogliere le attuali criticità, di ricercarne i rimedi e che aiuterà a elaborare un modello d’integrazione interprofessionale.

La diminuzione dei medici di famiglia e la crescita dei malati cronici, infatti, spinge la farmacia verso una funzione di presidio assistenziale di prossimità, così come peraltro è emerso durante la pandemia, grazie alle nuove prestazioni sanitarie offerte (test, tamponi e vaccinazioni). Inoltre, una parte della survey rivolta ai pazienti ha evidenziato non soltanto le difficoltà che il malato cronico incontra nel rispettare la terapia, ma anche che ritiene più facile frequentare e comunicare con il farmacista.

I vantaggi dell’integrazione
Ma vediamo quali in particolare sono le evidenze emerse dai questionari rivolti ai medici e ai farmacisti. Innanzitutto non emerge alcun dubbio sul valore aggiunto che una integrazione tra le due professioni può determinare, come conferma l’80% degli intervistati (il 10% dichiara rispettivamente “no” o “non so”).

E i vantaggi di un’integrazione con il farmacista sono, nell’ordine: la numerosità e capillarità delle farmacie, il frequente contatto con i pazienti e loro caregiver, il possibile supporto operativo e l’approfondita conoscenza sui farmaci.

Sia i medici, sia i farmacisti confermano poi al 100% l’utilità di sviluppare linee-guida condivise sui vari percorsi diagnostico-terapeutici da seguire, e al 95% richiedono la presenza di un farmacista nella progettazione e implementazione di questi percorsi. Inoltre, gli intervistati ritengono utile (al 70%) che il paziente cronico identifichi una farmacia di riferimento (“no” e “non so” entrambi al 15%), con la quale stabilire un rapporto fiduciario.
La ricerca poi ha permesso di individuare quali siano i servizi di supporto da sviluppare in un rapporto collaborativo tra mmg e farmacista. Al primo posto c’è l’informazione al malato e a chi lo assiste, seguita dal supporto sulle modalità di assunzione del farmaco e dall’invio di promemoria per ricordare il rispetto della terapia.

E per garantire un’azione coordinata vengono anche indicate le informazioni cliniche e terapeutiche che dovrebbero essere condivise, con il consenso del paziente: nell’ordine, le prescrizioni della terapia da seguire, l’esito del monitoraggio sull’aderenza terapeutica e le segnalazioni di eventuali eventi avversi ed effetti collaterali, o interazioni con integratori e alimenti o tra i diversi farmaci.

Infine, l’indagine affronta anche il tema della remunerazione, che il 95% degli intervistati ritiene debba essere prevista quando i servizi di supporto vengono erogati. Al riguardo le uniche criticità evidenziate riguardano la cronica assenza di risorse pubbliche e la necessità di standardizzare le prestazioni da remunerare.

Criticità e soluzioni
La presentazione dei risultati ottenuti dalla survey si accompagna poi a tutta una serie di raccomandazioni, che gli esperti del Cergas hanno elaborato sulla base delle criticità emerse. In sintesi, una reale pratica clinica della “Farmacia dei servizi” è ora ostacolata dall’assenza di una reale integrazione dei servizi proposti all’interno dell’offerta erogata dal Ssn; dalla mancanza di un quadro normativo che definisca competenze, funzioni e remunerazione; dalla lentezza delle realtà regionali nel recepire i decreti attuativi e dall’assenza sia di una standardizzazione dei servizi proposti, sia di una infrastruttura digitale a supporto.

Queste criticità vanno superate se il paziente identifica una farmacia di riferimento che, in collaborazione con il suo medico, lo prenda in carico (scelta ovviamente revocabile o modificabile in ogni momento) e da cui ottenere questi servizi: supporto sulle modalità di assunzione dei farmaci; promemoria per mancata assunzione o esaurimento dei medicinali; informazioni sanitarie a lui e a chi lo segue; consegna dei farmaci e preparazione alla terapia. Per garantire questi servizi bisogna che tra medico e farmacista siano condivise le informazioni sulla terapia, sull’esito del monitoraggio, su eventuali eventi avversi o interazioni, e che siano superate alcune barriere, come il costo dei servizi se non rimborsati dal Ssn, la privacy dei dati e la mancanza al momento di adeguati strumenti digitali.
La principale difficoltà rimane però la remunerazione a carico del Ssn, causa la cronica insufficienza delle risorse pubbliche, ma si potrebbe farvi fronte facendo ricorso ai risparmi che il servizio sanitario sicuramente otterrà grazie a una migliore aderenza terapeutica. In ogni caso è ora auspicabile, per favorire un’integrazione delle prestazioni sia del medico, sia del farmacista, che siano sviluppate linee-guida condivise tra i professionisti e che siano ben delineate le reciproche competenze e responsabilità.

Quale il modello di servizio che emerge dall’indagine? Innanzitutto, la presa in carico del paziente cronico richiede il coinvolgimento del farmacista e un’efficace collaborazione interprofessionale, proprio per poter seguire l’aderenza terapeutica a 360°.

Inoltre, le attività del medico e del farmacista devono essere tra loro integrate e passare da un’interazione anche con il sistema sanitario regionale. Ed è proprio sull’interazione dei modelli di applicazione con il Ssn e il Ssr che il prossimo anno si svilupperanno le linee di ricerca del progetto “Farmacia: presidio del territorio”, insieme all’individuazione delle aree d’intervento dell’auspicata partnership.

Inoltre, si procederà a identificare le competenze necessarie per valorizzare la collaborazione interprofessionale, le interazioni con il Fse (fascicolo sanitario elettronico) e la sua copertura a livello regionale e a disegnare un modello di supporto all’aderenza terapeutica, andando a raccogliere e a studiare le best practice presenti sul territorio, in modo da identificare i servizi più innovativi e gli strumenti digitali di supporto.

La presentazione dell’indagine e i programmi del progetto Cergas sono stati commentati nel corso di un’interessante tavola rotonda, alla quale hanno partecipato docenti della Sda Bocconi (Marco Campari, Elio Borgonovi, Francesco Longo, Paolo Pasini e Monica Otto), il presidente della Simg, Claudio Cricelli, e i farmacisti Marco Cossolo e Francesco Rastelli. Il presidente di Federfarma, in particolare, si è dapprima soffermato sulla necessità di stabilire come assistere il paziente cronico nell’ultimo miglio, cioè dalla casa di comunità al suo domicilio, e successivamente ha proposto un tavolo di confronto tra medici e farmacisti per elaborare proposte di collaborazione condivise. “Il Dm 71 di riorganizzazione della sanità territoriale -ha concluso- rappresenta un’occasione irripetibile per definire le modalità per connettere paziente, medico e farmacista, norme che dovranno poi entrare in Convenzione”. Da parte sua, Francesco Rastelli ha ricordato le esperienze di successo sull’aderenza terapeutica già organizzate dalla Fofi e si è infine soffermato sull’importante contributo che il farmacista può fornire, come “sentinella sanitaria sul territorio”.

(di Lorenzo Verlato, Farma Mese n. 10/2021 ©riproduzione riservata)

2021-12-16T14:56:55+01:00