Che fine ha fatto l’uguaglianza?

Ha ancora senso parlare di equità e uguaglianza nell’assistenza farmaceutica? Se l’è chiesto Nello Martini -presidente della Fondazione ReS ed ex dg dell’Aifa- parlando alla commissione Affari sociali della Camera, citando l’esempio del diabetico che in Emilia Romagna deve andare in ospedale per prendere il farmaco, mentre in Lombardia lo trova nella farmacia sotto casa. E ce lo chiediamo anche noi affrontando il tema dei “Ticket a macchia di leopardo”, e analizzando come il farmaco costi al paziente in modo differente da zona a zona.

Il XVII Rapporto Crea Sanità, infatti, fotografa una realtà diversa da Regione a Regione in merito alla compartecipazione del cittadino alla spesa farmaceutica e così l’equità di accesso ai servizi farmaceutici, grazie alla riforma del Titolo 5 della Costituzione, rimane completamente disattesa. Con il risultato che ogni Regione stabilisce specifiche modalità (alla faccia dei tre principi fondamentali del Ssn -universalità, uguaglianza ed equità-), creando situazioni assai diversificate, proprio “a macchia di leopardo”.

Perché -chiede Massimo Scaccabarozzi, presidente di Farmindustria- rimangono in Dpc farmaci che, essendo destinati a malati cronici e non richiedendo specifici controlli, potrebbero benissimo rientrare nella distribuzione convenzionata? Abbiamo sempre pensato che il motivo fosse unicamente il risparmio legato all’acquisto scontato di almeno il 50% sul prezzo ex factory, ma c’è per le Regioni ben altra convenienza, suggerita da Nello Martini. I farmaci in Dpc vengono caricati sulla spesa degli acquisti diretti, il cui sfondamento viene poi ripianato dal payback, cioè dall’industria, per il 50%. La spesa convenzionata, invece, se viene tenuta bassa risulta inferiore al tetto, garantendo così ogni anno un risparmio che le Regioni possono usare per altre voci e altri scopi, al di fuori quindi dell’assistenza farmaceutica. Un bel “tesoretto” a disposizione, e non importa allora se questo poi genera diseguaglianze e disagi ai pazienti.

Inoltre, se è giustificata la distribuzione diretta per i farmaci innovativi e complessi, tali da richiedere il controllo costante del paziente, non lo è certo per i normali trattamenti ai cronici. Ma come si risolve allora il problema del risparmio legato all’acquisto scontato del 50%? Lo si supera subito adottando la nuova remunerazione che da tempo i farmacisti propongono, cioè a quota fissa più margine, con tanto di onorario professionale, indipendentemente quindi dal prezzo del farmaco. Così si potrebbe eliminare una discrezionalità regionale che crea inutili disparità ed enormi disagi ai pazienti.


Avere un italiano al timone del Pgeu, l’organizzazione dei farmacisti europei che opera a Bruxelles, è senza dubbio un grande onore per tutta la categoria. È Roberto Tobia il presidente 2022 e a lui abbiamo rivolto alcune domande, per capire come a livello comunitario si cerchi di risolvere alcuni problemi che affaticano il lavoro in farmacia. Pensiamo all’annosa questione della carenza dei farmaci, oppure al nuovo Regolamento Ue sui veterinari, o al tema dell’antibiotico-resistenza che colpisce soprattutto l’Italia. Le sue risposte sono un invito ad affrontare con fiducia le sfide che il futuro impone anche alla professione.

(editoriale di Lorenzo Verlato, Farma Mese n. 3/2022 ©riproduzione riservata)

2022-04-07T14:46:18+02:00