Dd e Dpc: guardiamo oltre

Ha ancora senso pensare alla distribuzione per conto come rimedio all’espansione della distribuzione diretta? Ormai da anni abbiamo spinto verso la Dpc come mezzo per riportare in farmacia i medicinali che la diretta aveva cooptato, ma così facendo abbiamo valorizzato quest’ultima, riconoscendola come intoccabile, come insostituibile per la sostenibilità del Ssn. E non importa poi se i risparmi ottenuti dalle Regioni con il farmaco acquistato al 50% se ne vanno in altre spese, come la duplicazione di strutture che già la farmacia assicurava o, peggio ancora, per altri scopi. Non basta, infatti, calcolare i costi della sola spesa farmaceutica, ma vanno contabilizzati tutti, compresi quelli della catena distributiva pubblica.

Ha poi senso pensare che le case di comunità, una ogni 40-50mila abitanti, possano garantire una distribuzione diretta capillare? O addirittura puntare alla distribuzione domiciliare del farmaco con il farmacista ospedaliero? Altro personale, altre spese, altro carrozzone. Possibile che non si riesca a modificare un sistema distributivo farraginoso, che si giustifica soltanto su risparmi presunti e mai documentati?

La domanda se l’è posta Letizia Moratti, durante l’audizione in commissione Affari Sociali della Camera sull’indagine conoscitiva in materia di distribuzione diretta dei farmaci e di Dpc, con un intervento che va sottolineato perché viene dalla vicecoordinatrice della Commissione Salute della Conferenza delle Regioni, nonché vicepresidente della Regione Lombardia. Voce, quindi, autorevole e non di parte farmacia. Ha ben evidenziato i disagi della diretta per gli assistiti (“Spesso il cittadino non abita vicino a una struttura pubblica, gli orari di consegna sono ridotti e contingentati”) e poi ha indicato il vero problema: non serve dibattere se la distribuzione diretta sia vitale per il sistema, “perché il tema di fondo è come garantire il governo complessivo del sistema di accessibilità dei farmaci ai pazienti”.

Così, da una parte abbiamo il ministro della Salute, Roberto Speranza, che parla di “prossimità” come parola chiave della riforma messa in campo con il Pnrr, e dall’altra c’è l’assessore Moratti che evidenzia la necessità di una “distribuzione del farmaco che sia più territoriale possibile”. E non si limita a manifestare questa necessità, ma propone anche la soluzione. La questione -dice- non è tanto la Dd o la Dpc quanto piuttosto “una nuova remunerazione per le farmacie. La legge finanziaria del 2021 ha introdotto un rimborso aggiuntivo di 50 milioni alle farmacie per il 2021 e di 150 per il 2022”, ma per il 2023 “è necessario aggiornare la modalità di remunerazione, riportando in farmacia il farmaco che oggi è in ospedale, pur essendo rivolto a patologie croniche”.  

Ecco allora una voce autorevole che ha subito ottenuto un primo effetto: far togliere dalle bozze del Dm71 (il decreto che ridisegna l’assistenza territoriale) il riferimento alla distribuzione diretta nelle case di comunità. Federfarma ringrazia per il pericolo evitato, ma questo sostegno va subito replicato e utilizzato. E in fretta, perché la politica macina tutto e tutto dimentica.

(editoriale di Lorenzo Verlato, Farma Mese n. 4/2022 ©riproduzione riservata)

2022-04-04T09:54:40+02:00