L’ultimo rapporto Aifa sull’uso degli antibiotici in Italia

“Parsimonia è la parola chiave per un miglioramento dell’uso degli antibiotici in tutti i campi”. L’ha detto il direttore generale dell’Aifa, Nicola Magrini, alla presentazione del Rapporto Aifa elaborato dall’Osmed e presentato a Roma a metà marzo, raccomandando un impiego del farmaco ispirato, appunto, alla parsimonia e all’appropriatezza.
Perché se è vero che durante la pandemia si è registrato un minor consumo di antibiotici erogati in regime di assistenza convenzionata, rimane il fatto che non è diminuito il tasso d’uso inappropriato, che ancora supera il 25% del totale, facendo dell’Italia, di conseguenza, “un Paese ad alto tasso di resistenze”. E le conseguenze si vedono: rispetto ai 33mila decessi causati ogni anno in Europa dalle infezioni resistenti agli antibiotici, ben 11mila circa avvengono nella sola Italia. Quindi, da noi il problema è allarmante, come confermano i dati presentati dal Rapporto Aifa.

Nei Paesi europei il consumo di antibiotici nell’assistenza territoriale è di 14,7 dosi giornaliere (ddd) ogni 1.000 abitanti nel 2020, con un calo del 18,1% rispetto al 2019. Un calo pressoché identico (18,2%) si è registrato anche in Italia, solo che qui il consumo complessivo è superiore, pari a 17,7 ddd per mille abitanti. Siamo superati soltanto dalla Grecia (26,4 ddd), mentre i più virtuosi sono gli austriaci, con un consumo di sole 7,1 ddd.

Le categorie dell’Oms e la spesa Ssn
Sono dati che confermano come né l’Italia, né L’Europa raggiungano gli obiettivi di un uso appropriato degli antibiotici suggeriti dall’Organizzazione mondiale della Sanità. E non si tratta soltanto di quantità, perché anche il tipo di farmaco impiegato ha un suo peso, come dimostra la classificazione Aware elaborata dall’Oms, che suddivide questi farmaci in tre gruppi.

  1. “Access”: gli antibiotici a spettro ristretto, cioè indicati per le infezioni più comuni
  2. “Watch”: raccomandati per indicazioni più specifiche
  3. “Reserve”: da usare soltanto quando è necessario, come ultima risorsa.
    Gli ultimi due gruppi presentano un maggior rischio di sviluppare antibiotico-resistenza e, quindi, l’Oms ne raccomanda un uso moderato, entrambi non più del 40% sul totale, mentre spetta al gruppo “Access” un impiego di almeno il 60%. Ebbene, il Rapporto Aifa dimostra che in Italia si fa un uso superiore proprio degli ultimi due gruppi, ben superiore al 50%. Non basta allora consumare meno antibiotici, ma bisogna anche privilegiare quelli del gruppo “Access”, che presentano un minore rischio di antibiotico-resistenza. Infatti, registriamo valori superiori alle medie europee nelle penicilline e betalattamici (7,4 ddd contro 6,1), nei macrolidi e lincosamidi (3,6 contro 2,4) e, seppur con differenze contenute, nei chinoloni (1,7 contro 1,2) e nelle associazioni tra sulfonamidi e trimetoprim (0,83 contro 0,52).
    Il maggior consumo si traduce anche in maggiore spesa pubblica, dato che l’80% delle confezioni vendute vengono erogate dal Ssn, con un costo pro capite pari a 11,6 euro. E così la spesa Ssn per antibiotici (sia convenzionata, sia ospedaliera) sfiora i 700 milioni di euro l’anno, pari al 3% del totale, con consumi in quantità pari all’1,2%. A questi vanno poi aggiunti gli acquisti privati, che ammontano a 3,9 dosi ogni 1.000 abitanti, pari al 24% del consumo territoriale totale di antibiotici e a una spesa pro capite di 2,05 euro.
Nostra elaborazione da fonte Oms

Il peso dell’uso inappropriato
Tutti questi dati devono però essere “pesati”, nel senso che devono offrire ai responsabili sanitari precise considerazioni e utili suggerimenti. Il Rapporto Aifa, infatti, ci dice che si fa un uso inappropriato di antibiotici in oltre il 25% delle condizioni cliniche analizzate. Il loro impiego, infatti, avviene spesso per patologie lievi, come otiti, sinusiti, tonsilliti, bronchiti, infezioni delle prime vie respiratorie. Circa il 10% dei consumi riguarda, per esempio, il trattamento della faringite, che, guarda caso, nell’80% dei casi è un’infezione dovuta a virus, il che ne rende inutile l’impiego. C’è poi il problema dell’autocura: una ricerca condotta dalla Sefac, la società spagnola di farmacia familiare e territoriale, ha dimostrato che il 20% dei pazienti ha acquistato in farmacia un antibiotico pur non avendone la relativa prescrizione.

Per restare poi in Italia, risulta che gli usi inappropriati di antibiotici per infezioni delle vie respiratorie avvengono in maggioranza al Sud, tra le donne e le persone over 65 anni. Infatti, il Rapporto ci dice che esistono profonde differenze tra Nord e Sud non soltanto nei consumi, pari a 8 punti (22,6% contro 30,3%), ma anche nelle classi di antibiotici prescritti. Al Nord prevale l’indicazione di penicilline di prima scelta (6%, contro il 3,5% del Sud), così come l’associazione amoxicillina/amoxicillina + acido clavulanico è maggiore al Nord (0,8 contro 0,3), mentre al Sud risulta superiore il ricorso a cefalosporine e macrolidi.

Quanto sia importante impegnarsi a tutti i livelli contro l’emergenza “antibiotico-resistenza” lo dimostra il Rapporto “Global Research on antimicrobial resistance”, pubblicato da “The Lancet”: i decessi per questa causa sono nel mondo direttamente 1,27 milioni e indirettamente, cioè come causa associata, ben 4,95 milioni. Si capisce allora perché l’Oms, la Commissione Ue, la Fip, il Pgeu abbiano messo la lotta all’antibiotico-resistenza all’ordine del giorno, al punto da essere discussa anche al G7, che normalmente non di sanità, ma di altro è chiamato a occuparsi.

Tanto impegno ma scarsi risultati
Rimane, però, una considerazione amara: a fronte di un problema che è sul tappeto da anni, i risultati raggiunti si dimostrano assai modesti. Grande è l’impegno dell’industria nel cercare nuovi antibiotici più potenti (ne sono allo studio 450, di cui 17 in fase avanzata), tali da superare le resistenze dei patogeni infettivi, ma gli sviluppi della ricerca farmacologica, seppur importantissimi, da soli non bastano, perché nuovi farmaci provocano nuove resistenze e allora è come un cane che si morde la coda.

Sono in gioco cattive abitudini, pregiudizi ed errate informazioni e così la strategia da attuare dev’essere complessa e condivisa, devono entrare in gioco più forze, farmacie e farmacisti compresi. Il problema, infatti, è anche di carattere culturale, di buona informazione e di corretta educazione sanitaria, proprio il campo in cui il farmacista può rivelarsi prezioso, sia per la sua capillare presenza sul territorio, sia per la credibilità di cui gode presso i cittadini.

Durante la presentazione del rapporto Aifa, Sandra Vernero di Slow Medicine ha ricordato una ricerca del 2020 fatta dal Censis con l’Università di Foggia su “Gli italiani e gli antibiotici”. Ebbene, l’80% degli intervistati si è dichiarato “da abbastanza a molto informato sull’uso degli antibiotici”, ma poi il 46% li ha usati per l’autocura contro le infezioni da virus. Inoltre, soltanto il 50% del campione afferma di sapere che cosa sia l’antibiotico-resistenza, mentre il 21,6 ne ha solo sentito parlare e il 28, 3% non sa di che cosa si tratti. È anche sul piano dell’educazione sanitaria, quindi, che bisogna agire e questo è proprio un compito del farmacista territoriale. Una riprova ci viene dai dati OsMed sui consumi di antibiotici: quelli ospedalieri sono cresciuti del 19,3%, mentre quelli della convenzionata -quindi farmacie- sono diminuiti del 23,6%.

Il ruolo di farmacie e farmacisti
Promuovere “parsimonia e appropriatezza” nell’uso degli antibiotici è proprio nelle corde del farmacista e questo impegno dovrebbe essere riconosciuto e incentivato, così come avviene all’estero. In Spagna, per esempio, da metà febbraio è in corso una campagna informativa, grazie alla quale i farmacisti sensibilizzano i cittadini sul tema dell’antibiotico-resistenza, con opuscoli, manifesti e consigli di educazione sanitaria.

In Francia il farmacista, oltre a somministrare il vaccino antinfluenzale, può effettuare il test rapido Trod per la faringite, che consente di stabilire se è di origine batterica o virale.

La disponibilità dei farmacisti italiani è peraltro ben dichiarata. “I cittadini -precisa Andrea Mandelli, presidente di Fofi- possono trovare nel farmacista un professionista sempre disponibile a consigliare sui disturbi che richiedono l’uso di un antibiotico, educando anche all’adozione di buone pratiche di prevenzione per ridurre il rischio di infezioni”. E Marco Cossolo, presidente di Federfarma conferma: “Contro l’antibiotico-resistenza deve entrare in gioco il farmacista, sia come esperto del farmaco, sia come consigliere di educazione sanitaria. Dietro il banco, nel colloquio con il paziente, il farmacista può fare molto e molto gli si deve chiedere e consentire di fare”.

(di Patrizia Prezioso, Farma Mese n. 4/2022 ©riproduzione riservata)

2022-04-08T15:44:27+02:00