X, Y e soprattutto Z: assi cartesiani o tempo che passa?

In questo caso non vogliamo intraprendere complicati discorsi matematici, ma fare una riflessione sul tema generazionale. Capita con una certa frequenza di scontrarsi con attitudini, modi di pensare e di agire che si discostano non poco tra persone di età diverse. Niente di nuovo, verrebbe da dire pensando alla storia degli ultimi 50-60 anni. Ci hanno, tuttavia, pensato gli studiosi delle evoluzioni sociali, unitamente ai cosiddetti markettari, a battezzare le diverse epoche. Ed ecco dunque la generazione X (nati tra il 1965 e il 1980), che segue i “baby boomers” (quelli del dopoguerra) e precede la gen Y, i famosi “millennial”, nati fino agli anni 2000 (le date sono indicative).

Ma veniamo più vicino a noi con la gen Z, quella dei giovani nati tra il 2000 e il 2015 circa. Sono gli adolescenti o poco più che stanno completando o hanno terminato il loro ciclo di studi e che si affacciano al mondo del lavoro. Con un approccio parecchio diverso da quello dei loro genitori. Queste differenze sono fondamentali per comprendere come sarà necessario modificare il nostro modo di lavorare, se non vogliamo perdere opportunità e se vogliamo continuare a evolverci rimanendo al passo con i tempi.

Innanzitutto, ricordiamoci che si tratta di una generazione di nativi digitali: a livello mondiale, il 71% dei giovani tra i 15 e i 24 anni ha una presenza online, a differenza del resto della popolazione ferma al 48%. E il tempo passato online serve soprattutto per comunicare e fruire di contenuti video: in Italia Youtube è la piattaforma più utilizzata, seguita da WhatsApp (dati Hootsuite 2021). Quindi dobbiamo essere consapevoli che qualsiasi messaggio si voglia indirizzare a questa generazione dovrà passare di qui.

Poi c’è il tema degli acquisti: sembra essere finita la frenesia degli acquisti a tutti i costi (con le dovute eccezioni), soppiantata dal cosiddetto consumo critico e responsabile: la gen Z tende a prestare più attenzione agli ingredienti, alla sostenibilità dei prodotti e dei loro imballi. Un solo dato a supporto: il 38% dei giovani sudafricani vuole un packaging sostenibile. La media europea e degli Usa è ancora ferma al 23%, ma sappiamo con quale rapidità certi fenomeni si sviluppino, ciò significa che se nel nostro target di vendita vogliamo avere la gen Z non dobbiamo trascurare questo particolare.

Il tema della sostenibilità lo si riscontra anche in altri comportamenti, che vanno nella direzione dell’ecologia e della condivisione piuttosto che del possesso (si pensi in questo caso al car sharing e a tutti gli altri mezzi di trasporto normalmente condivisi).

E poi c’è un fattore assolutamente da non trascurare: i nostri giovani, anche detti “5-screen” per la capacità di destreggiarsi contemporaneamente attraverso diversi dispositivi digitali, con una soglia di attenzione di 8 secondi, stanno recuperando, tra gli altri, il valore del proprio benessere psicofisico (e in questo, probabilmente la pandemia ha dato il suo contributo). Ciò significa avere del tempo per sé e non immolare la propria vita al lavoro e valorizzare e bilanciare vita privata e lavorativa. Per questo non ci dobbiamo stupire se certi mestieri (tra cui il farmacista territoriale, ahimè) non sono più tanto appetibili, nella misura in cui lo schema lavorativo sia sempre quello di 10-20 anni fa.

È forse difficile da accettare: il concetto di permanenza nello stesso posto di lavoro per una vita (o quasi) ha lasciato il posto alla fluidità e alla ricerca di un miglioramento personale, in cui il nuovo individualismo fa da contraltare all’attenzione verso i temi sociali. Ma cerchiamo di coglierne il lato positivo: lo spirito inclusivo e l’apertura verso le cosiddette diversità (etniche, culturali, religiose e di genere) potranno davvero diventare un valore per la farmacia di un futuro nemmeno tanto remoto.

(di Roberto Valente, Farma Mese n. 5/2022 ©riproduzione riservata)

2022-05-11T10:50:07+02:00