È andato tutto bene?

Certamente tutti ricordiamo uno dei ritornelli più frequenti che circa 2 anni e mezzo fa era diventato così insistente da poter essere paragonato a un tormentone estivo: “andrà tutto bene”. Era un modo per sdrammatizzare una situazione inaspettata che ci era capitata tra capo e collo (parlo della pandemia, ovviamente) di cui nessuno sapeva nulla. Ebbene, dopo circa 30 mesi dall’inizio di quest’avventura possiamo affrontare un primo piccolo bilancio.

Sul fatto che sia andato tutto bene penso che abbiamo dei seri dubbi: abbiamo avuto problemi nei cicli produttivi di molte aziende con produzioni delocalizzate a cui si aggiungono gli effetti dei vari lockdown, soprattutto in Asia (e non parliamo di chi purtroppo non c’è più). Come se tutto ciò non bastasse, è arrivata la guerra in Ucraina con le sue conseguenze umane ed economiche. E dunque arriviamo ai tassi di inflazione crescente che stanno attanagliando praticamente tutti i Paesi.

Tutti questi fenomeni messi insieme ci hanno evidentemente portati alla ciclicità delle crisi mondiali; dicono infatti gli studiosi che ogni 50 anni il mondo viene colpito da una crisi. E se fate i conti a ritroso…

Ma qual è l’atteggiamento delle persone in Europa? Una recente indagine di McKinsey lo spiega molto chiaramente: la popolazione europea, con le dovute (lievi) differenze tra nazione e nazione, è innanzitutto preoccupata per l’inflazione; stiamo parlando di una media del 50% delle persone. Il conflitto in Ucraina oscilla tra un 10 e 20% delle persone. La cosa interessante è che il Covid non preoccupa più del 6% della popolazione europea.

A questo punto possiamo fare una riflessione. Se è vero che il Covid non preoccupa più, è altrettanto vero che ha lasciato uno strascico mica da ridere. Soprattutto non possiamo negare l’elevata accelerazione che ha impresso a tutti i processi di cambiamento e, se questi erano già iniziati è un conto, ma, se non lo erano, le imprese si sono trovate di colpo a essere terribilmente invecchiate, con business model strutturali e organizzativi obsoleti.

Pensiamo, per esempio, a come si è molto rapidamente trasformato il mondo del lavoro. Le logiche dello smart working, fino a due anni fa praticamente sconosciute, sono diventate un requisito praticamente imprescindibile per moltissime aziende. Il bilanciamento tra vita privata e vita lavorativa è di colpo divenuto un must per i lavoratori. Tutto questo naturalmente ci fa riflettere su ciò che accade in farmacia. La difficoltà nel trovare collaboratori (in generale) è un fenomeno su cui si stanno confrontando tutte le menti pensanti che si occupano di risorse umane, trattandosi di un problema (quello del recruiting di personale) che affligge trasversalmente le aziende di tutto il mondo (almeno quello occidentale).

Non si tratta più di discutere di soldi. Chi cerca lavoro (o lo cambia) ha obiettivi molto chiari: il nuovo impiego deve offrire una rosa di opportunità che fanno da corollario al mero binomio lavoro e stipendio. Opportunità di carriera, formazione, possibilità di lavorare da remoto, flessibilità negli orari, programmi di welfare aziendale. Ma non finisce qui. È sempre più importante condividere la strategia dell’azienda, la sua mission, la vision e i suoi valori. E questo significa che le imprese (tutte, farmacie incluse) devono fare un esame di coscienza e, se questi elementi mancano, correre ai ripari velocemente. E la frase “ma la mia è una realtà diversa” o “io vado bene lo stesso” non valgono, perché abbiamo imparato che i cambiamenti avvengono molto velocemente.

Dunque, volendo tornare ai ritornelli di oltre due anni fa, forse uno era giusto: “ne usciremo diversi”. Non sappiamo se migliori o peggiori, ma certamente con la consapevolezza che, in questa situazione di incertezza totale, possiamo anche avere delle grandi opportunità, ma a una condizione: flessibilità, flessibilità, flessibilità.

(di Roberto Valente, Farma Mese n. 7/2022 ©riproduzione riservata)

2022-09-05T12:21:08+02:00