Ciao Alberto, grande presidente

Gli piaceva comandare e si aspettava d’essere obbedito. E così Alberto Ambreck non era personaggio facile da trattare. Tant’è vero che ai nostri primi incontri ci ho litigato, sono uscito dal suo ufficio sbattendo la porta e accusandolo di essere “razza padrona”. Chissà, forse partire con un contrasto è la terapia per una salda amicizia, consolidata poi soprattutto durante la sua presidenza Federfarma, dal 1987 al 1992, quando ogni lunedì sera andavo in farmacia per presentargli i contenuti di Farma 7, organo di stampa della Federazione.

Tanta consuetudine fu poi interrotta dalla sua uscita da Federfarma (una scelta che non gli ho perdonato), ma subito ripresa poco tempo dopo, al suo rientro. Allora gli ho dedicato un’intervista intitolata «Il ritorno del “padre” prodigo», perché il suo rientro meritava l’offerta del vitello grasso. E così ultimamente una volta ogni uno-due mesi ci si vedeva, per pranzare insieme in una trattoria di fianco alla sua farmacia. 

Era l’occasione per un viaggio stile Amarcord, per ripercorrere i bei tempi andati, tanti episodi e tante emozioni. Come dimenticare quel congresso Federfarma a Bologna nel 1991, il magnifico discorso di Ambreck, la standing ovation di una straripante platea e quell’applauso che non voleva terminare: 3, 5, 8 minuti, e ancora un’ovazione senza fine. La sera gli dissi: “Alberto, dopo questo successo ti spetta l’alloro. Ora sei intoccabile”.

Le mie solite azzeccate previsioni! Dopo soli pochi mesi venne contestato dai colleghi per una trattenuta sulla remunerazione del 2,5%, poi scesa all’1,5%, cosa da far oggi ridere i polli. Ma lui era sempre un passo avanti e non accettava la contestazione, non era tipo da negarsi e poi ritirar fuori la testa. “Non è stata una decisione affrettata dare le dimissioni?” gli ho chiesto durante un’intervista. “Io ho una faccia sola” mi rispose. “E se la mia assemblea mi dà un mandato e io non lo rispetto, è chiaro che devo dare le dimissioni”. 

Grande Alberto, tutto d’un pezzo e vero sindacalista. Da sempre è stato il difensore del trinomio “farmaco, farmacista, farmacia” (man mano sperperato nel 2001, nel 2006 e nel 2017), combattente indomito che in lotta con la Regione ne fa sequestrare gli uffici, o che si presenta a Palazzo Chigi, dal presidente Andreotti, con un mare di scatoloni contenenti 1,5 milioni di cartoline di protesta dei cittadini, raccolte nelle farmacie contro i tagli alla spesa farmaceutica. “Chi si fa agnello -amava ripetere- lupo lo mangia” e così accusava la categoria di non avere una visione strategica, di subire senza protestare. “Dobbiamo riconquistare la fiducia della gente” ribadiva. “Dobbiamo tornare a far sentire la nostra voce, diversamente siamo socialmente morti”.

“Ti ricordi, Alberto -gli chiesi- di quella volta che…, oppure di quella persona…, oppure…” “Basta Lorenzo parlar dei tempi passati”, mi bloccò a fine pranzo “perché mi mette tristezza. Parliamo d’altro, per esempio di donne…”. “Bravo Alberto, ma allora non è per noi un parlar dei tempi andati?”. Ammise che avevo ragione.

Che la terra Ti sia lieve, caro Alberto, grande presidente e caro amico. DimenticarTi non sarà possibile.

(Editoriale di Lorenzo Verlato, Farma Mese n. 10/23, ©riproduzione riservata)

2023-11-30T16:10:41+01:00